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Aspettarsi l'inaspettato! Il Tibet libero ma non in in Tibet

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Aspettarsi l'inaspettato! Il Tibet libero ma non in in Tibet

Il mio diario in Ladakh e HImachal, prima della grande alluvione.

Ci voglio provare, a tornare ai piedi dell’Himalaya, ma sta volta verso le grandi Himal dell’India. A metà luglio sono in partenza per New Delhi. L’idea di passare la notte nel famigerato Indira Gandhi non mi alletta per niente, ma non c’è verso, arriverò lì intorno alle 22 per ripartire alle 5 del mattino del giorno dopo alla volta di Leh. Fortunatamente arrivata allo scalo internazionale ho la bella sorpresa dello scalo dei domestic nuovo di palla, quindi un pisolino su una delle belle chaise longue non me lo toglie nessuno. Ovviamente gli indiani essendo trash inside mi svegliano alle 3 e mezza del mattino con musica di Bollywood sparata a tutto volume dai nuovi altoparlanti della waiting room. This is India, Incredible India again.

Il volo Jet Airways per Leh parte puntualissimo. Adoro questa compagnia, così precisa, pulita. Quando inizio a vedere i monti mi prende un’emozione indescrivibile. Il ghiaccio brilla agli spiragli di sole e genera una luce splendida. Le ali sembrano sfiorare le creste rocciose durante le fase di avvicinamento prima dell’atterraggio. Il pilota compie varie virate prima di allinearsi alla piccola pista in valle. I colori della valle dell’Indo sono sfumature di beije e oro. Uno spettacolo. Quando scendo dall’aereo l’aria fresca e il sole rovente a 3500 metri mi riempiono di gioia. La jeep mi sta aspettando e mi porta a Old Leh. Sono le 8 del mattino quando sorseggio un black tea coi biscottini nel giardinetto della guest house insieme agli amici e a Mr. Meheraj. Sono in giro da 28 ore e ho un gran bisogno di stendere le stanche membra su un letto almeno fino all’ora di pranzo. La mia prima giornata in Ladakh è di puro relax.

La mattina successiva inizio a entrare un po’ nel viaggio. C’è un festival al monastero di Tak Thok. Tak Thok in ladakhi vuol dire tetto di pietra e il nome gli è stato dato in riferimento all’antica grotta usata come gompa nel vecchio complesso monastico. I monaci, una cinquantina, sono dell’ordine Nying-ma-pa. L’afflusso di gente è tanto. I festival sono molto famosi nella ragione e la popolazione partecipa sempre con grande entusiasmo, anche perché queste feste servono anche per “ravvivare” lo spirito delle popolazioni e il loro ricordo delle tradizioni. Sono spesso sottoforma di danze che vengono eseguite nel cortile del Gompa dai monaci stessi che sono vestiti con abiti teatrali in broccati di seta e portano tutti maschere in legno dipinte che rappresentano le varie divinità protettrici del Buddha. Spesso le danze narrano episodi epici del Buddhismo con la morale finale del bene che prevale sempre sul male. La genti, soprattutto le donne anziane, indossano abiti tradizionali, gioielli di turchese e corallo e copri capi antichi. Lo spettacolo può durare anche un giorno intero. Io resto tutta la mattina e poi mi sposto verso il monastero di Chemre. Il Gompa è un gioiello del XVII secolo arroccato su uno sperone di roccia e fu fondato dal Lama Tagsang Raschen. Vi risiedono una ventina di monaci dell’ordine Drugpa ed è famoso per i suoi affreschi che ritraggono Padmasambhava e per la collezione di testi sacri miniati in oro conservati nel piccolo museo. C’è una statuetta di Milarepa tutta dorata che mi resterà in mente per tutto il viaggio tanto è bella. La sera mi concedo un tandoori murgh alla Tibetan Kitchen. Il ristorante è straconsigliato ma a mio avviso ha solo il nome. Il pollo non è male ma non è neanche divino...

Si parte alla volta di Alchi. La prima sosta la faccio al monastero di Spitok che è a poco meno di 10 kilometri da Leh, arroccato su uno sperone di roccia da cui si domina tutta la valle dell’Indo e si ha una visuale perfetta della pista di atterraggio di Leh. Mamma mia quanto è corta! Il monastero è dell’ordine Gelugpa, quello dei cappelli gialli e del Dalai Lama, per intenderci, ed è stato costruito nell’undicesimo secolo e fondato da Od-de, il suo nome significa “esemplare” e deriva dal fatto che Rinchen Zangpo disse che in questo luogo si sarebbe sviluppata una esemplare comunità religiosa. Ha tre cappelle principali e contiene numerosi preziosi Tangka, immagini di Tsongkhapa e Amitaba. All’ingresso ha una grossa ruota di preghiera sotto un capitello. E guardando al di là si vedono tutte le montagne come se fossero incorniciate. Mi dirigo subito al Gompa principale il Dukhang, perché sento il suono delle trombe e dei cimbali che mi dice che i monaci stanno ancora facendo la puja mattutina. Mi tolgo le scarpe ed entro andandomi a sedere a sinistra sotto la parete affrescata di fianco a un folto gruppetto di monacini che avranno tra i 4 e i 6 anni. Sono bellissimi, curiosi, vispi. I mantra recitati a voce gutturale bassissima mi rimbombano nel petto e ritrovo le sensazioni provate in Tibet durante le mie prime puje. Un monaco arriva di corsa con l’enorme teiera fumante di tea al burro di yak e sorridendomi con un inchino mi porge una tazza e me la riempie. Finita la puja i monacini corrono all’impazzata fuori dal Gompa. Io mi inerpico sugli scalini che portano al punto più alto del monastero. Voglio godermi la vista sulla valle dell’Indo nel totale silenzio. Una striscia verde sulle sponde del grande fiume e tutto intorno aride vette sabbiose di detriti.

La strada sterrata per Alchi costeggia l’Indo su strapiombi improbabili e gli scenari che appaiono sono davvero lunari, dopo ogni curva una sorpresa. L’Indo sembra un fiume di fango. Arrivo alla confluenza con lo Zanskar, acqua marrone che si fonde e confonde aon acqua grigia formando un pastone di rapide velocissime. In mezzo c’è un gommone blu, qualcuno si sta divertendo facendo il rafting che avrei voluto fare anche io...

Tra Nimmu e Basgo la strada è bloccata per una piccola frana che stanno riparando con un caterpillar.

Inizio a incontrare lavoratori che sistemano il manto stradale come possono, togliendo le pietre che rotolano giù dall’alto, spalando ghiaia e spaccando sassi, famiglie intere bimbi piccoli compresi, che vivono a bordo strada in tende improvvisate di teloni di plastica coi buchi o fatte con vecchi paracaduti dell’esercito, senza servizi igienici, senza acqua, una misera mascherina di carta sul viso, guanti di plastica che noi useremmo per lavare i piatti, badile e piccone in mezzo al niente, alla polvere, ai camion indiani che fanno su è giù per portar materie prime in queste valli remote. Che vita. Che futuro possono avere questi bambini, queste donne, queste famiglie?

Faccio una deviazione verso Likir per andare a visitare il monastero Gelugpa di Klu-kkhyil che ha una statua d’oro del Buddha che coi suoi 7 metri e mezzo d’altezza domina la vallata sottostante e da sotto si staglia sui ghiacci dei monti circostanti. Questo monastero è stato fondato intorno all’anno 1000 da Lama Duwang Chosje sotto il regno di Lhachen Gyalpo e il suo nome significa spiriti dell’acqua, facendo riferimento ai naga Nanda e Taksako, i serpenti sacri che qui regolano le piogge. Vivono qui circa 120 monaci e inoltre è ospitata una sede del Central Buddhist Studies che impartisce lezioni a una trentina di studenti. Ci sono due Gompa principali i Dukhangs e il più vecchio ha delle belle statue di Bodhisattva, Amitaba, Sakyamuni, Maytreya e Tsong Khapa (il fondatore dell’ordine Gelugpa) oltre a pregevoli tangka e mandala affrescati. Il monastero ha inoltre una fornitissima biblioteca con antichi libri e manoscritti conservati al suo interno. Per la prima volta vedo un manifesto di appello per la liberazione del piccolo Panchen Lama, la guida spirituale del Tibet www.freepanchenlama.org/competition/pl.php che è detenuto dalla Cina da quando aveva 6 anni. Qui si può fare. Si posso appendere manifesti del genere, se ne può parlare. Il Tibet libero ma non è a casa.

Riprendo la strada e riattraverso il ponte sull’Indo arrivando ad Alchi nel primo pomeriggio. Qui lo scenario è splendido. Mi abbasso a guardare le cime dell’Himalaya che spuntano innevate dietro le spighe dorate di tzampa. Il campo tendato dove dormirò è bellissimo, è appena fuori dal villaggio ed è circondato dalle coltivazioni d’orzo. Mi bevo un tea coi biscottini sotto un bel gazebo gustandomi la brezza gelida di montagna. C’è un silenzio, una pace.

Il villaggio è graziosissimo, piccole casette tibetane coi recinti con gli animali da cortile, bimbetti bellissimi che giocano a ricorrersi, alcuni dei quali stanno a malapena in piedi tanto son piccinini. Mi soffermo nelle viuzze a osservare la vita che scorre e mi ritrovo poi in una piazzetta colma di banchetti di artigiani che vendono ogni sorta di monile attorno a un vecchio albero di pipal. Poi mi riprendo dal mio vagare. Sono qui per vedere il complesso monastico di Alchi Choskhor (recinto sacro di Alchi), il cui Buddha tutelare è Vairocana. Il tutto risale a circa l’anno 1000 ed è stato costruito proprio sulle rive dell’Indo da Rinchen Zangpo che chiamò a se una trentina di scultori e intagliatori kashmiri che diedero un “tocco indiano” alle opere e alle decorazioni di questo complesso templare patrimonio dell’UNESCO i cui templi principali sono: Lhakhang Soma (New Temple), Sumtsteng Lhakhang, Dukhang (Gompa), Lotsava Lhakhang. Manjushri Lhakhang e i tre Chorten (Stupa) che sono all’ingresso.

Sono notevoli le tre gigantesche statue all’interno del Sumtsteng Lhakhang rappresentanti Avalokiteshvara (il Buddha della compassione di cui è incarnazione il Dalai Lama), Vairapani e Manjushri, la triade più famosa del lamaismo che non sono fotografabili e sono visibili con l’utilizzo di una torcia e decorate con storie epiche, delle guerre e delle invasioni che il piccolo regno ladakho subì nei secoli. Questo tempio è quello che esternamente salta più all’occhio perché è su tre piani e il suo portico ligneo è finemente decorato in stile kashmiro. Anche il Dukhang, che è all’interno del cortile successivo, mi lascia a bocca aperta soprattutto quando vedo il piccolo portale interno ligneo decoratissimo con in testa una statua di Garuda coloratissima che porta alla cappella centrale ai cui lati ci sono due sale con le statue di Maitreya a destra e di Avalokiteshvara a sinistra. Nella cappella c’è al centro Vairocana e poi gli altri quattro Buddha Supremi: Amoghasiddhi ed Amitabha a destra e Akshobya e Ratnasàmbhava a sinistra tutti di legno intagliato e decorato. Tutte le pareti sono finemente affrescate. Questi templi non hanno nulla da invidiare ai nostri patrimoni architettonici e artistici, sono strepitosi e andrebbero preservati e protetti con più cura. Nel giardino dopo il Dukhang ci sono gli ultimi due piccoli templi, ma non per questo meno preziosi, che mi sono rimasti nella memoria: il Lotsava Lhakhang dedicato a Rinchen Zangpo, il traduttore, la cui statua è sull’altare in compagnia di Sakyamuni e di Avalokiteshvara e il tempio di Manjushri in cui al centro è posto un complesso di 4 statue dei Buddha Supremi rivolti ognuno verso uno dei punti cardinali che sono di una bellezza unica. Sono uscita un po’ stordita da questi luoghi e ho percorso il kora del Choskhor, facendo girare le ruote di preghiera e ammirando le vecchie pietre mani scolpite chissà quanti anni fa e costeggiando l’Indo e fermandomi ogni tanto ad osservarne le rapide vorticose e aggressive da dietro le bandiere tibetane di preghiera che sventolavano con il loro disegni del cavallo del vento. Alchi si è persa nella notte dei tempi, è un luogo meraviglioso, denso di misticismo e atmosfera. Quando esco dal complesso templare e ripercorro le viette del villaggio a ritroso sono estasiata. Ho visto sicuramente una delle più grandi opere artistico/architettoniche del Ladakh. Ora mi aspetta una lauta cena e una nottata in tenda in questo piccolo paradiso tra i monti.

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1. Re: Aspettarsi l'inaspettato! Il Tibet libero ma non in in Tibet

... e poi?? ;-)

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2. Re: Aspettarsi l'inaspettato! Il Tibet libero ma non in in Tibet

pian piano arrivo... ;)

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3. Re: Aspettarsi l'inaspettato! Il Tibet libero ma non in in Tibet

Il mattino presto si parte e si scende al bivio per prendere la direttiva Leh-Kargil verso Lamayuru.

Siamo a circa 130km da Leh quando vediamo il monastero abbarbicato sulla montagna in tutto il suo splendore. Lamayuru ospita circa 150 monaci della setta Buddhista Zhwa-mar-pa dei Cappelli Rossi, ed è famoso per una leggenda che racconta che al tempo di Sakyamuni la valle di Lamayuru era un lago in cui vivevano i naga. Il Bodhisattva Madhyantaka ebbe una premonizione secondo la quale il lago si sarebbe prosciugato facendo sì che potesse essere costruito un monastero. Qualche tempo dopo, Mahasiddhacharya Naropa, uno studente Buddhista indiano dell’undicesimo secolo, stava in meditazione da un numero imprecisato di anni in una grotta del Dukhang. Si dice che fu lui a causare la frana della montagna che sovrastava il lago e che lo fece così prosciugare. Fu così che lo studente, una volta che il lago si prosciugò, vi trovò un leone che giaceva morto e qui decise di costruire il primo tempio noto come Singhe Ghang del complesso monastico di Lamayuru.

Un altra storia narra invece che il monastero sia stato fatto costruire per volontà del re del Ladakh da Rinchen Zangpo il traduttore. Delle cinque antiche strutture ora rimane visibile solo il Seng-ge-sgang a sud. Per accedervi bisogna chiedere la chiave al Lama del monastero e scendere giù nei viottoli sotto il tempio principale. La cappella è piccola ed è dedicata a Vairocana e ha una piccola saletta a destra in cui ci sono delle statue di argilla delle divinità tutelari che incutono terrore alla vista e sulle pareti rosse sono affrescati degli scheletri bianchi che non ho visto in nessun altro tempio e che si dice siano i guardiani dei cimiteri. Sono davvero particolari. Qui vicino vado a trovare una nonnina che mi ha salutato dalla finestra della sua logora casa. I suoi occhi sembrano raccontare storie antiche. E’ davvero dolcissima. Ripercorrendo a ritroso la strada in salita faccio il kora del monastero seguendo due piccoli monacini, indugio con tre pellegrini che mi sorridono curiosi e poi scendo giù al villaggio. E’ davvero povero, le case sono logore e nella via principale c’è il rivolo di scolo della fogna e della spazzatura in cui passa il lungo tubicino dell’acqua che è invece utilizzata per uso domestico. Bevo un tea in una locanda da cui ho una vista bellissima del complesso monastico appollaiato sopra la montagna.

La jeep si inerpica sulla strada tra le montagne verso l’anfiteatro naturale della Valle della Luna. Rifletto sul fatto che ogni paese ne deve avere una, l’anno scorso ce n’era una in Chile, e devo dire che anche questa Ladakha è davvero uno spettacolo. Le rocce color giallo oro sembrano brillare e incoronano di luce coi loro bastioni il precipizio sottostante. Una famigliola di asinelli bruca i rari fili d’erba e a bordo strada cespugli di rose selvatiche chiudono questa cornice naturale di estrema bellezza. Più avanti la strada scende in un turbinio di tornanti che serpeggiano giù nel vuoto in una vista mozzafiato. Mi fermo in un posto di ristoro per camionisti. E’ fantastico vedere come all’esterno abbiano allestito dei gazebo con all’interno delle reti dove gli autisti si rilassano e riposano all’ombra dopo aver mangiato. Il menù fisso offre riso a volontà e gustosissimo dhal per pochi spiccioli. Sulle pareti del locale ci sono improbabili poster di attrici di Bollywood in pose maliziose e alcune scritte sui muri, una che ricorda un po’ le malinconiche frasi che scrivevo sulla semoranda quando avevo tredici anni “un cuore infranto fa più male delle ossa rotte” e un’altra che invece mi riporta subito in India, nelle montagne che hanno dato ricovero al Tibet esiliato: “ieri è la storia, domani è un mistero, oggi è un regalo”.

Si svolta verso i territori che si avvicinano alla Linea di Controllo, quelle zone in cui i confini tracciati sono alla fine ancora contesi in quel annoso conflitto tra India e Pakistan. La Valle di Dha è un luogo sperduto, su una direttiva per Kargil che è ormai aperta solo ai convogli militari che vanno a rifornire gli ultimi avamposti sul confine vero e proprio. Dopo il villaggio di Dha, dove si trova il mio campo tendato, si può proseguire solo a piedi e solo se muniti di un permesso speciale. Il sentierino si inoltra sotto alberi carichi di albicocche e conduce fino alle case della piccola comunità che vive qui. Gli Aryani provengono dalle steppe dell’Asia Centrale e sono giunti fin qui percorrendo una delle antiche Vie della Seta. Hanno la carnagione chiara, i capelli castani e gli occhi verdi e dai loro lineamenti si intuisce benissimo la loro origine turcomanna. Questa tribù è una delle più antiche dell’Asia, una delle poche rimaste intatte, e per me incontrare queste genti è una grande emozione perché li sento essere miei avi: anche noi europei discendiamo da loro.

Le donne indossano pesanti cappotti di lana incrociati sul davanti e sfoggiano acconciature molto particolari pettinando i capelli in piccole treccine raccolte sul capo in una sorta di chignon adornato di monili d’argento e vistosi fiori di campo. Al collo portano pesanti e importanti collane di pietre dure. La società Aryana è matriarcale, e in queste antiche tribù era costume sociale la pratica della poliandria. Mi ha stupito molto vedere un gruppo di uomini inginocchiati sui talloni in piazzetta che chiacchierava con altri che stavano inchinati al fosso a fare il bucato. Gli Aryani hanno conservato le loro tradizioni pressoché intatte grazie anche all’isolamento in cui vivono da secoli abitando in questa zona remota.

La capo villaggio, una signora dall’età indefinita, dopo averci osservati a distanza e aver visto che ci muovevamo con discrezione nel suo territorio guidati da tutti i bambini del villaggio, ci ha invitati a sedere con lei davanti all’uscio della sua umile casa a prendere un “po cha” insieme agli uomini di famiglia e ai bambini. Un tea al latte delicatamente speziato e zuccherato servito in una tazza di ceramica cinese con un cucchiaino improvvisato: un fuscello verde dell’albicocco di casa. Dei sorrisi splendidi, un’accoglienza calda, vera. Sono sempre più convinta che quando meno si ha più si condivide. Non sarei più andata via.

Il campo tendato del villaggio, l’Aryan Valley Camp, è molto modesto. Sta in un campo paludoso sotto il costone di roccia delle montagne della valle che si ergono sopra il fiume Dha. E’ circondato da alberi di albicocche. L’area ristoro è stata ricavata sotto un tendone che da lontano sembra un grande gazebo ma non è altro che un vecchio paracadute dell’esercito indiano, tra l’altro coi dei bei buchi. Sotto, una lunga tavolata è stata preparata per servire la cena ai pochi ospiti del campo, non prima di averci offerto un buon tea con dei biscotti, tanto rari in questo villaggetto che ha un unico piccolo bazar che vende tutto il necessario per i pochi abitanti della zona. Dopo il tea faccio una visita ai bagni che stanno al di là di un viottolo che divide il campo dalla casa dei gestori. Sono dei piccoli bugigattoli di lamiera con dentro il wc, con la carta igienica rosa, scarico funzionante, una doccia da cui esce un filo di acqua bella fredda e un secchio. Fuori ci sono tre piccoli lavandini di latta avvitati precariamente alle pareti di lamiera dei bagni con appesi sopra dei piccolissimi specchietti di plastica. Credo che gli abitanti di Dha avrebbero pagato oro per avere dei bagni così belli. Lavata e asciugata, bucato fatto e steso al sole sono pronta per la cena. Stupidamente non capisco dove sia la cucina da campo. Sotto il paracadute ci sono solo il tavolo con le sedie. Mentre il sole oramai è calato dipingendo di rosa il cielo e le prime stelle appaiono come lumini lampeggianti nel blu, i due giovani gestori portano in tavola arrivando da casa delle pentole fumanti con riso profumato, sagh (verdura a foglia larga simile agli spinaci) saltata con la cipolla, dhal, verdure miste saltate con sughetto di curry e chilli, patate arrostite con l’aglio, carne in umido e chapati bollente. Questa è stata la cena più buona di tutto il mio viaggio. Cose semplici, fatte in casa con quello che c’era. A fine cena il classico tea e una buonissima crema pasticcera alla vaniglia proprio come quella che mi faceva la mia nonna. Non ci potevo credere. Questo posto nonostante la povertà ha offerto tutto questo ben di Dio. La notte il rumore delle rapide del fiume Dha mi hanno accompagnata dolcemente nel sonno e il mattino la rugiada ricopriva ogni cosa con goccioline brillanti al sole. Una buona colazione, chapati, burro, marmellata e chay e una bella sorpresa. I due ragazzi del Camp hanno preparato una scatola di albicocche appena colte dal loro frutteto perché potessi portare con me il ricordo di questo luogo splendido. Io sorpresa e commossa con la scatola in mano piena di queste piccole albicocche non ho saputo dire altro che tuchenà, grazie, prima di salire sulla jeep e allontanarmi da questa valle incantata, la valle degli Aryani, la valle di Dha.

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4. Re: Aspettarsi l'inaspettato! Il Tibet libero ma non in in Tibet

La deviazione che Lobsang prende per Rizong Gompa è da cardiopalmo. La jeep avanza a fatica sul sentiero mono corsia sterrato sfiorando il costone di roccia a destra e facendomi scorgere il vuoto sotto di me dal finestrino alla mia sinistra. Il panorama certo è mozzafiato. Più di un centinaio di metri giù in basso scorre un impetuoso torrente e all’orizzonte i ghiacci perenni dell’Himalaya luccicano al sole. La strada spesso e volentieri ha dei bei macigni piazzati nel mezzo che sono evidentemente rotolati giù dall’alto della montagna rendendo il percorso ancora più precario di quanto già non sembra ai miei occhi.

Il monastero di ordine Gelukpa è stato fondato nel 1831 da Lama Tsultim Nima e vi risiedono una quarantina di monaci. Da qui si ha una vista spettacolare sulle montagne innevate inoltre c’è un gran silenzio tagliato dalle folate di aria gelida che sembrano arrivare dai ghiacci al di la della stretta valle. Mi godo la pace di questo monastero che è stato rifugio e dimora di tanti eremiti in questi secoli. Dopo aver visitato le due sale principali e reso omaggio a Sakhyamuni me ne sto seduta sul tetto del Gompa a guardare giù il fiume che scorre per poi alzare lo sguardo che va a perdersi selle vette dell’Himalaya.

Ripresa la jeep, un po’ più in giù faccio sosta al monastero femminile di Julichen dove vivono 26 monachelle. Il monastero è decisamente umile e spartano e le monache si occupano di svariate attività quali l’estrazione dell’olio dai noccioli di albicocca, la mungitura delle vacche, solo le più giovani e brillanti studentesse sono destinate allo studio della filosofia Tibetana e all’iniziazione alla meditazione.

La strada di ritorno a Leh, nel suo ultimo tratto mi è ormai famigliare, mi sembra di far ritorno a casa, quando faccio la curva che da Fort Road scende verso Old Road dove nel semplice Hotel Horzey ho la mia stanzetta. Il tempo di un bucato e una doccia fresca veloce e a piedi mi incammino verso il Dreamland Restaurant, a mio avviso il migliore della città, dove con meno di 4 dollari mangio in abbondanza e bene.

Vado a dormire presto perché l’indomani mattina mi aspettano 2000 metri di dislivello per attraversare il passo obbligato per accedere alla Nubra Valley.

Il cielo all’orizzonte è coperto da nubi plumbee e mentre la jeep si inerpica sui tornanti vedo il panorama su Leh che diventa sempre più piccina man mano che salgo verso l’alto.

Attraverso il posto di blocco militare dove vengono lasciate le generalità di chiunque sia intenzionato a avventurarsi in Nubra e continuo a salire fino a uno stop sul bordo di un tornante che ha una sorta di guard rail in pietra. Da qui c’è una vista mozzafiato sulla valle dell’Indo. Leh è oramai invisibile e gli occhi sono attirati dalla catena dell’Himalaya indiano tutta innevata al cui centro svetta perfetta la piramide dello Stok Kangri, la grande montagna. Ora ritrovo l’emozione dell’atterraggio su Leh. Ora sento che sto entrando nel mio mondo fatto di aria sottile.

La jeep avanza verso il ghiaccio e guglie bianche di neve perenne mi circondano. Il Khardung La, con i suoi 5620 metri è il passo carrozzabile più alto del mondo ed è l’unico accesso possibile per entrare con le jeep nella valle di Nubra. Ci sono molte jeep cariche di turisti intontiti che arrivano fino qui in gita da Leh per toccare il cielo con un dito, farsi una foto davanti alle bandiere di preghiera per poi crollare quasi esanimi sui sedili delle auto che li riporteranno a breve a una quota più “respirabile”.

Effettivamente 2000 metri di dislivello in salita fatti in mezza giornata si sentono. I movimenti sono rallentati e la testa mi gira leggermente, un po’ come quando bevi un bicchiere di grappa di troppo. Mi faccio una passeggiata per dare un’occhiata. Entrambi i versanti sono bellissimi, le cime delle montagne sono così vicine che ti sembra di toccarle dall’alto. C’è un posto militare dove stanno di stanza un gruppo di soldati che stanno seduti al sole su vecchie sedie di plastica imbottiti in pesanti piumini e con gli occhi coperti da occhiali da alpinismo. I loro alloggi sono degli hangar di metallo verdi che non sembrano molto confortevoli. Dura la vita lassù...

Lo sterrato ghiacciato e innevato che scende verso la Nubra è impegnativo. La neve in alcuni punti rischia di far incagliare le ruote delle jeep e almeno una volta Lobsang si è fermato per aiutare a spingere a mano i mezzi bloccati. Più in giù un altro posto di blocco registra il passaggio verso nord.

La Nubra mi appare già magnificente. E’ davvero simile alle alte valli del Tibet. Montagne massicce di arenaria color ocra finiscono giù sulle rive verdi del fiume che dall’alto sembra di colore argento. Un gran deserto in quota costellato da oasi. Man mano che ci si avvicina a Disket incontriamo splendide dune di sabbia, prima di inerpicarci nuovamente sugli ultimi tornanti in direzione della grande statua d’oro del Buddha del futuro che è stata costruita su un colle di fianco alla montagna su cui si arrampica il monastero buddhista di questo villaggio.

Disket appare brulicante di vita, nonostante sia in una valle sperduta che è in contatto col resto del mondo solo per 4 mesi l’anno. Uno stendardo con scritto WELCOME accoglie i visitatori che stanno giungendo da ogni dove in occasione della giornata di domani in cui il Dalai Lama in persona inaugurerà con una grande puja la statua del Buddha e impartirà i suoi insegnamenti a chiunque vorrà ascoltarli, senza distinzione di razza, religione e provenienza, in una due giorni di messaggi di pace e tolleranza che a me sembreranno abbracciare il mondo intero.

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5. Re: Aspettarsi l'inaspettato! Il Tibet libero ma non in in Tibet

Dopo una breve pennica, mi incammino lungo il kora. Un antichissimo muro mani si erge ricoperto di pietre intagliate con le preghiere e si distende per tutta la via che dal centro villaggio porta verso l’incrocio per il monastero. La vista è davvero bella perché sopra il muro mani si vede il monastero e sopra il monastero c’è una splendida vetta coperta di neve. Seguo il sentiero che porta al Buddha del futuro. Il colle è stato tutto recintato e i preparativi fervono per la giornata di domani. Noto che la zona è sorvegliata dall’esercito indiano e immagino che domani questo colle che ora è deserto sarà gremito di una moltitudine impressionante di pellegrini.

L’inaugurazione del Buddha del futuro avverrà alle 7.30 del mattino, poi seguiranno vari discorsi al pubblico presente da parte delle autorità e infine ci sarà il discorso del Dalai Lama.

La mattina sveglia all’alba, mi confondo tra i pellegrini mentre risalgo pian piano la collina. Ci sono nonnine meravigliose con lunghe trecce grigie annodate che si posano sui mantelli di broccato di seta che portano sulle spalle, alcune portano il copricapo ladakho, un cilindro di broccato imbottito la cui tesa si apre sul davanti con due punte all’insù. Hanno collane di coralli e turchesi, monili in osso di yak e quasi tutte hanno in mano il rosario tibetano o la ruota di preghiera. Alcune di loro portano le classiche scarpe di feltro a punta ricamate sui lati con colorate geometrie. Altre indossano il grembiule tibetano a righine colorate sopra i loro abiti tradizionali. Ci sono monacini che corrono su sentieri improvvisati superando tutti in velocità, altri monaci che scendono giù dalle scarpate ai lati del monastero mentre i raggi del sole illuminano tutto filtrando tra le vette. E’ uno spettacolo che non potevo immaginare fosse così bello.

Quando arrivo su c’è già un sacco di gente. Ci sono stand per la raccolta delle offerte con una fila di persone pronte a donare come possono quanto possono, anche se hanno poco. Per la tua donazione ti viene data una benedizione simboleggiata da una cordicella rossa con un nodo al centro che di solito viene arrotolata e legata intorno ai polsi. C’è una sorta di centro d’accoglienza sotto l’immancabile paracadute bianco usato come tendone, dove un pentolone grandissimo sta ribollendo sopra un fuoco. Mi incammino verso l’ingresso della grande area che è stata allestita per accogliere i pellegrini accorsi per ascoltare il loro leader spirituale. C’è una bella fila e bisogna passare un controllo di sicurezza. Ovviamente tutti hanno paura per l’incolumità di un personaggio come lui che rappresenta un popolo perseguitato e ne diffonde la storia, le vicende, la cultura e ne dichiara lo stato di oppressione a cui è sottoposto agli occhi del mondo intero. L’area di fronte al piccolo palco dove si terranno i discorsi è ben sistemata in modo tale che ogni pellegrino abbia un posto dove sedersi a terra sui tappeti a corsia. Il tutto si trova proprio al di sotto del colle dove sorge la statua del Buddha. Da qui provengono i suoni delle trombe e dei corni della puja dove il Dalai Lama sta inaugurando la statua. Dopo l’inaugurazione davanti al palco sulla destra iniziano a radunarsi ordinatamente tutti i monaci. Creano un manto rosso, bellissimo da vedere. Intanto le ore passano, i dignitari ladakhi e kashmiri hanno iniziato i loro discorsi ufficiali e la folla aumenta e si perde a vista d’occhio. Ci sono donne ladakhe che indossano il costume tradizionale con il copri capo fatto di pietre di turchese che finisce a coda sui loro lunghi capelli intrecciati. Molti portano offerte floreali e kate, le sciarpe bianche di benvenuto, per il Dalai Lama. Verso l’ora di pranzo alcuni fedeli portano dei grossi pentoloni pieni di riso giallo con le verdure e frutta secca da offrire ai pellegrini. Ce n’è per tutti e a ognuno di noi ne viene dato un piatto colmo. I monaci passano successivamente con i bicchieri di latta e poi offrono il tea a tutti. E come se non bastasse, un gruppo di ragazze ladakhe si disperde tra la folla con dei grossi vassoi o piatti di plastica pieni di biscottini. Non sia mai bere il tea senza i biscotti. Vengono inoltre distribuiti varie volte dei succhi di frutta al mango. E’ stato molto bizzarro vedere i monacini di quattro o cinque anni e i loro precettori adulti, seduti a succhiare tutti insieme il succo di mango con le cannucce mentre erano intenti a guardare il palco e ad ascoltare il governatore del Kashmir fare il suo discorso alla popolazione. C’è un gran senso di comunione in tutto questo, un grande esempio di amore, mi verrebbe di dire anche di tolleranza, ma qui siamo oltre la tolleranza e la convivenza pacifica, questo è vero e proprio senso di uguaglianza, rispetto, integrazione e amore universale per tutti gli esseri umani, di qualsiasi natura essi siano, di qualsiasi provenienza, etnia, religione o credo. Tutti uguali, con gli stessi diritti e doveri. Mi sento parte integrante di questa comunità di gente che proviene da ogni dove, che mi sorride, mi accoglie nel vero senso della parola. Quando Tenzing Gyatso, il XIV Dalai Lama arriva dall’alto del colle non è diverso dagli altri monaci. Ha la stessa tonaca rossa rubino, con la stessa casacchetta giallo ocra sotto, un paio di scarpe anonime, non un gioiello, non un accessorio che lo renda diverso dalle altre migliaia di monaci che stanno seduti davanti a me a bere pacifici il loro succhino al mango. Ha un sorriso e una buona parola per tutti, saluta tutti coloro che gli si presentano davanti, e tutte queste persone non sono folli fans scalmanati, sono mesti e tranquilli pellegrini che con le mani giunte sulla testa e in seguito con una kata tra le mani protese al cielo lo salutano con una semplicità, una grazia e una pace ammirevole e spesso coi lucciconi agli occhi. Lui parla per almeno due ore di pace, rispetto, uguaglianza, aiuti ai bisognosi, lo fa con grande umiltà e tutti lo stanno ad ascoltare con attenzione. Alla fine saluta tutti con le mani giunte, sorridente, come sempre fin dal primo istante in cui si è presentato davanti alla folla. A questo punto iniziano una serie di danze tradizionali in omaggio, a lui dedicate e interpretate dai vari gruppi etnici presenti. Tutti questi colori e sorrisi hanno sullo sfondo le cime bianche di neve che sembrano guardare dall’alto con benevolenza anche loro.

Non riesco a descrivere l’emozione che ho provato ad essere parte di tutto questo che nella sua semplicità ed essenzialità mi ha lasciato un segno e insegnamento indelebile nella memoria e nell’anima.

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6. Re: Aspettarsi l'inaspettato! Il Tibet libero ma non in in Tibet

Ma questo è un magnifico libro!!! Si legge perfettamente la tua passione e la tua attenzione per queste popolazioni. Io mi dovrò accontentare di una cena tibetana sabato prossimo ......ma chissà che prima o poi riesca anch'io a vedere quanto hai splendidamente raccontato!!!

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7. Re: Aspettarsi l'inaspettato! Il Tibet libero ma non in in Tibet

Grazie Paul, mi fa piacere che mi hai letta. Sono neanche a metà viaggio e pian piano aggiungerò il resto.

C'è un ristorante tibetano dalle tue parti? Che bello. So che c'è un sito che ti aiuta a organizzare cene tibetane a domicilio, ma io non l'ho mai provato:

…thaisoriente.com/landing/…

Lo conosci?

A presto

Rongpuk

Modificato: 05 ottobre 2010, 09:36
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8. Re: Aspettarsi l'inaspettato! Il Tibet libero ma non in in Tibet

In realtà è una piccola manifestazione che si tiene a Verona, con mostra fotografica, esposizione di artigianato e conferenza (non ho sottomano il volantino ma lo recupero). Parte del ricavato della cena sarà dato ad una associazione che si occupa di portatori di handycap profughi del Tibet (una categoria sfortunata dentro una categoria sfortunata!!!). Ho sempre sentito parlare del problema Tibet ma ora vorrei approfondirlo un po'.

Non conoscevo il sito e devo dire che c'è una notevole intraprendenza....

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9. Re: Aspettarsi l'inaspettato! Il Tibet libero ma non in in Tibet

Che bella cosa Paul, perché non ci fai un post sul forum del Tibet?

tripadvisor.it/ShowForum-g294222-i6446-Tibet…

Quest'anno ho avuto di nuovo il piacere di stare a contatto con questo popolo e sono davvero fantastici. Più avantio nel mio racconto dedicherò loro molto spazio...quando arriverò a Dharamsala, la sede del governo tibetano in esilio.

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10. Re: Aspettarsi l'inaspettato! Il Tibet libero ma non in in Tibet

Il racconto è straordinario ma aspetto il seguito di sua altezza delle altitudini rongpuk