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Dove la terra tocca il cielo...dall'altra parte del mondo

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Dove la terra tocca il cielo...dall'altra parte del mondo

Quest’anno non ce la faccio ad andare in Asia, non riesco ad affrontare me stessa lì...ma non posso non andare verso l’alto, non posso non andare in un posto dove la terra tocca il cielo. Voliamo con Aerolinas Argentinas...l’anno scorso Gabri mi raccontò di aver avuto un giorno e mezzo di delay dovuto a guasti tecnici di ndd con tanto di Santi dovuti scomodare giù dal cielo per farlo partire. Buenos Aires è lontana...e io non amo partire da Roma perché Fiumicino non mi è mai piaciuto. La mattina del giorno prima della partenza “apprendo” che il volo delle 19 è stato cancellato...non voglio dire il classico “lo sapevo” ma diciamo che avevo avuto qualche dubbio...ma non mi ritengo per niente una persona sfortunata perché a Roma riusciamo a prendere il volo prima: quello delle 10 del mattino che era stato ritardato alle 16 del pomeriggio e che è poi partito dopo le 18.

13 ore di volo verso questa capitale del Sur do Mundo. Quando atterro al mattino prima dell’alba ci sono solo 6 gradi, l’aria è davvero fresca. L’aeroporto è semideserto ma si riesce a recuperare un voucher per la colazione: 2 brioches, succo, tea o caffé. Ottimo. Abbiamo un po’ di ore prima di reimbarcarci alla volta di Santa Cruz de la Sierra.

A poco più di 400 mt sul livello del mare, Santa Cruz non è niente di che. Una città latina piuttosto anonima, con una piazza carina dotata di chiesa coloniale e porticati. La sera ci sono molti accattoni e qualche ubriaco stramazzato al suolo che pseudodorme sul marciapiede. Passeggiando in piazza conosciamo Luigi e Mirna, una coppia lui italiano lei boliviana che abitano a una quarantina di kilometri da qui e che ci invitano a passare da loro il giorno dopo. Noi dobbiamo andare a Saimapata per prendere il bus notturno per Sucre facendo tappa a El Fuerte ed effettivamente loro sono sulla strada.

Il giorno dopo siamo al Ponte di Tarumà, così si chiama il luogo dove vivono Luigi e Mirna e dove hanno costruito un progetto ammirevole (http://www.annanardella.it/ilponte/indexita.html ) una scuolina/centro per i bambini di questa remota zona della Bolivia. Un’alternativa per la loro vita. Casa Cominelli è un’opera d’arte, costruita da due cuochi tedeschi, dentro è arredata dai quadri e dalle opere d’arte di Luigi. Lui è un pittore e mi ha colpita tantissimo, ha negli occhi l’illuminazione dell’artista e ha un entusiasmo che lo fa sembrare un ragazzino senza contare la fantasia strabiliante che si vede in ogni cosa dove lui ha messo mano. Mirna ha uno sguardo dolcissimo e ci ha accolto come una mamma. Passiamo qualche ora piacevole con loro e gli promettiamo di rincontrarli alla fine del viaggio.

Il pullman ci porta a El Fuerte, sito incaico stranissimo. Un enorme blocco di granito in cui sono scolpite due linee parallele che sembrano 2 rotaie per l’infinito. Il paesaggio è verdissimo, colli interi ricoperti da vegetazione rigogliosa, qualche parete di roccia a picco ricoperta di agavi. Penso a Ernesto, a quando era da queste parti col mito della rivoluzione, il cambiamento in testa, la testardaggine, la forza di andare avanti contro tutto e tutti. Non vedrò La Higueira. Avrei voluto respirarne l’aria. Sulla strada alle porte di Saimapata c’è un cartellone con una grossa pianta della regione che indica La Ruta del Che e mi fermo un po’ a guardare cosa mi perderò.

A Saimapata mi accorgo per la prima volta che esistono delle piante che crescono sui fili della luce...è troppo divertente.

Il pullman notturno. Era da anni che non prendevo un pullman notturno non turistico. Nelle 13 ore di viaggio per lo più in sterrato, sono ripiombata indietro negli anni...in Perù mi sono fatta due mesi di bus pubblico, tra galline e pulcini nei sacchi iuta, gente che si passava l’asado nella carta di giornale, bambini invasi da crosticine che la notte dormivano nel corridoio. Beh...anche questo bus è più o meno così. Sono talmente stanca dal volo di un giorno e mezzo prima che mi infilo i tappi nelle orecchie e riesco anche a dormire un po’. La mattina alle prime luci dell’alba penso che questo viaggio mi ha provata parecchio...non ho più lo spirito di adattamento di un tempo e vedo che inizio a notare cose su cui una volta passavo sopra molto più facilmente.

Sucre, la città bianca. Il nostro hotel è davanti al mercato, ed è qui che mi faccio la prima passeggiata. Vedo le prime cholitas con le gonnellone arricciate con le balze, i golfini fatti a mano e le mantas gonfie sulle spalle. Dei piccoli arcobaleni che sgambettano veloci sulle stradine acciottolate. L’aria è di nuovo fresca, le montagne attorno sono brulle e i colori vanno dal beije al marrone intenso. In piazza c’è vita, e lo stendardo rosso “25 mayo aquì naciò la libertad” luccica al sole. Dalla terrazza sulla Recoleta si gode un bel panorama della città e la strada per arrivarci è una dolce passeggiata in salita dove si incontrano artesanias interessanti e anche una ghiotta cioccolateria (para ti).

Nelle 6 ore di pullman verso Potosì si inizia a salire.

Potosì è una città mineraria a circa 4100 metri sul livello del mare che è stata costruita dai coloni spagnoli solo per la ricchezza del monte alla sui base è sorta.

Il Cerro Rico col passare dei secoli ha sempre più assunto un duplice ruolo: fonte di ricchezza, sostentamento, lavoro e insieme monte della sofferenza e della morte. Infatti questa montagna fatta a cono rovesciato che svetta sul panorama di Potosì ha dato lavoro e pane a milioni di persone ma da quando sono nate le miniere fino al secolo scorso ha mietuto 8.000.000 di vittime. La montagna della morte.

Potosì è davvero bella. Stradine strettissime, balconi verandati in legno tipici coloniali, casine colorate e chiese coloniali i cui campanili svettano nel cielo limpido blu. E poi il Cerro Rico, coloratissimo, brullo, perfetto sullo sfondo, come se fosse stato incollato sullo sfondo. Potosì, bella e dura. Riesco a godere appieno del primo sorriso boliviano, la mattina, una sciura vicino all’Hostal San Marcos ha una piccola tienda dove frigge delle pagnottelle di pasta di patate ripiene di jamon, queso y huevos...che bontà e che bella lei...

Dopo aver visto uno dei musei più belli del Sud America, a detta dei boliviani, pranzo all’Union Obrera, al secondo piano di un edificio di fianco alla Cattedrale nella piazza principale della città. Menù a prezzo fisso, più o meno un euro per una buona zuppa di verdure, delle frittelle di verdura, una cotoletta alla milanese con pure e un dessert. Le pareti ricoperte di vecchie foto di lavoratori, rivoluzioni e conquiste. Un altro mondo...

La mattina dopo sono alla base del Cerro Rico...mi fa un po’ impressione. Il mercado minero mi si mostra in tutta la sua essenzialità. Tiendas che vendono sacchi di coca, sigarette fatte a mano con tabacco più forte che c’è a disposizione, senza filtro, bottigliette di alcol a 95%, cosa non si fa per cercare di sopportare la fatica, gli stenti, il freddo o il caldo, il peso di una vita spezzata dal lavoro in miniera. Sì un quarto di una vita normale. Per questo io scrivo spezzata. A 12 anni si inizia a lavorare sul monte, all’esterno, a spaccare pietre e a portarle. Poi dopo i 16 si entra nel tunnel...e il tunnel lo è in senso reale e anche metaforico...a 30 anni sei già un vecchio, col 50% della capacità polmonare ridotta dalle polveri, dagli agenti chimici, dall’asbestosi. Se tiri a 50 sei un uomo davvero resistente...se ce la fai. Comperiamo un bel po’ di sacchi di coca, bottiglie di succo di frutta, un po’ di “spirito”, della dinamite e anche qualche metro di miccia. Sta povera gente guadagna 12 dollari a settimana. Per 12 ore al giorno di lavoro. Quando sei giù...nel tunnel...non esci più. Non esci per il pranzo o per la pausa caffè...non esistono queste cose. Non esiste un ascensore, non esiste un montacarichi che sia un montacarichi, non esistono le pompe di areazione. Esistono dei ragazzi, con un caschetto in testa con una lampada sù, due paia di guanti bucati, le mascherine di carta nere nere e gli stivali da pioggia, che scendono giù al mattino nelle viscere del Cerro Rico attraverso una miriade di cunicoli angusti, bui, umidi, nebbiosi di polvere utilizzando corde e scale a cui mancano i pioli e che con le loro mani trainano carrelli da 2 tonnellate su rotaiette di legno spezzate. 3 ore e mezza, dentro il Cerro Rico con questi ragazzi, la giù in fondo al buio strisciando, sono bastate per togliermi ogni parola, per far fatica ad abbozzare loro un sorriso, sentendoli ansimanti per la mancanza d’aria, per la fatica, lo sforzo sovrumano per un lavoro disumano mentre a mano battono il martello sul chiodo nella roccia e poi vanno avanti col piccone. Se devi nascere per vivere così è meglio che al mondo tu non ci venga proprio. Quando ho rivisto la luce in fondo al cunicolo volevo correre all’impazzata per raggiungere il sole, avevo un magone e i lucciconi agli occhi ma non per la polvere. 25000 minatori lavorano al Cerro Rico, 25000 vite spezzate a un quarto...neanche a metà.

Che forte mal di testa, non riesco a godermi una cena a base di asado de Lama in un posticino carinissimo in una via di questa città. Che gran confusione che ho in testa. Mi dicono che mi ha preso male l’altitudine...ma no...non può essere siamo a 4100...il mio è solo puro sgomento.

Il bus pubblico ci porta via...verso Tupiza...il far west boliviano, la città di Butch Cassidy e Sundance Kid.

italy
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1. Re: Dove la terra tocca il cielo...dall'altra parte del mondo

Brava Rain, bellissima descrizione...che viaggio !

        anch'io vorrei volare via...da qualche parte.

        A presto.

        baci

        ida

        

Italy
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2. Re: Dove la terra tocca il cielo...dall'altra parte del mondo

"il mio è solo puro sgomento" e non mi sento di dire altro...

bologna
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3. Re: Dove la terra tocca il cielo...dall'altra parte del mondo

Mi sono permessa di condividerlo su FB, spero non ti dispiacerà (e di non aver contravvenuto a qualche ciappo di compatibilità !!!!)

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4. Re: Dove la terra tocca il cielo...dall'altra parte del mondo

mi fa piacere vi sia piaciuto.

grazie infinite a tutti voi

Gonnosfanadiga
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5. Re: Dove la terra tocca il cielo...dall'altra parte del mondo

Avvincente e delicata Rain!

Che la Musa t' ispiri ancora per continuare il racconto! Sono stanco morto, mi colano gli occhi ma l' ho letto tutto d' un fiato! Ma chi sei ? Sepulveda?

Un baciotto

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6. Re: Dove la terra tocca il cielo...dall'altra parte del mondo

Eheheh...caro giannino...magari fossi sepulveda...tra l'altro grazie mille...è il mio autore preferito!

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7. Re: Dove la terra tocca il cielo...dall'altra parte del mondo

La polvere domina sempre da queste parti. Inizio a vedere le prime formazioni rocciose da film western, proprio quelle rosse rosse e invece degli indiani a cavallo, sullo sterrato appaiono i primi Lama.

Tupiza è davvero da film, col mercato ai lati delle rotaie del treno, le donnine che ti vendono di tutto e i bambini che corrono in bici. Il tutto è incorniciato da bastioni di roccia rossi come il fuoco.

L’aria è sempre freschissima, peccato per l’odore di gas di scarico. Il primo giorno qui vado a zonzo senza meta tra i banchi del mercato e tra la gente colorata, sto seduta un po’ sulla rotonda in mezzo alla strada principale a guardare il via vai, il movimento, il tutto.

Qui sul serio iniziano ad esserci panorami e luoghi che preannunciano la grandiosità di quelli che vedrò in seguito.

La mattina di buon ora si va in jeep verso le quebradas, letti di fiumi in secca costellati di cactus giganteschi e di formazioni rocciose dalle dubbie forme e canyon degni di questo nome. Un pranzo al sacco in riva a un fiume dove un tempo si trovavano pepite d’oro e poi...a cavallo. Una lunga passeggiata e anche cavalcata con tanto di salti di fossati (che brivido) che mi ha portato fino alla Puerta del Diablo...mi sono vista con John Wayne...eheheh...e anche con Sergio Leone...sarà stato il sole che picchiava e la stanchezza. Il cavallo, alla fine al galoppo, le ombre dei pinnacoli arsi al sole, il terriccio sollevato dagli zoccoli...le folate di vento...

La sera al tramonto sono in alto. Il panorama in silenzio mi parla con i suoi colori accesi. Sono al Bryce Canyon o sono in Bolivia? Dove sono adesso? La mia mountain bike ha dei freni per modo di dire. Mi ci sento un po’ instabile mentre sto in piedi sui pedali e scendo sullo sterrato prendendo sempre più velocità...non c’è anima viva. Sento solo il rumore delle mie ruote che scorrono veloci sui sassi mentre il sole va giù tra il rosso del cielo e dei monti.

La mattina conosco Manuel e la sua jeep con l’adesivo del Che sui deflettori. I finestrini si abbassano solo se li aiuti con le mani, sono stanchi, e credo che ognuno di noi sarà il nostro riscaldamento, un po’ come il bue, l’asinello, le pecorelle dei pastori e...i lama. Raggiungiamo il primo passo a 4500, il primo di molti, e pian piano ci si inerpica verso la Cordillera de Lipez. Abbiamo due cocinere, due splendide e paffute signore che ci accudiranno d’ora in poi sugli altipiani boliviani: Delmira e Bernardina. Nella prima sosta danno già prova della loro maestria allestendo un buffet di tutto rispetto sulla ribalta del bagagliaio delle jeep.

Siamo al Sillar de Lipez, ben oltre i 4000, c’è un vento forte e l’aria è fredda. Attorno a noi non c’è niente, un pianoro tra qualche colle brullo e in lontananza un recinto di sassi dove presumo la notte trovino riparo i lama. La vegetazione è pressoché inesistente...qualche ciuffo di un’erba gialla che ha la forma di una fiamma...che cosa strana...

Il tragitto è tutto un susseguirsi di panorami montuosi e il silenzio del luogo è rotto dal sibilo del vento e dal nostro i-pod magicamente collegato all’autoradio della jeep che ci accompagna con una colonna sonora che spazia dagli Inti Illimani ai Molotov, per la gioia di Manuel che per tutto il viaggio ci dirà: “decame la musica de la lucha popular, decame la musica del Che”.

Nel pomeriggio si arriva al pueblo de San Pablo de Lipez. Le uniche persone che vedo sono un padre e un figlio nell’unica cabina telefonica del paese, una bara di legno in piedi, che stanno cercando di fare una telefonata. Il pueblo è davvero desolato. Attorno alla piazzetta, la chiesina col piccolo campanile in mattoni, l’alcalderia e un mucchietto di casine fatte di adobes, attaccate l’una all’altra, coi tetti di paglia messi su come se fossero stati cuciti dalle vecchine nelle fredde sere intorno alla stufa per mantenerle calde. Alla fine della strada di nuovo il nulla...si vede la pista sterrata che si perde nella pampa dopo il guado del fiume e all’orizzonte i monti le cui cime si fondono col cielo in controluce...il sole pian piano sta andando a dormire.

Ci arrampichiamo ancora su e giù per le Ande fino al pueblo fantasma di San Antonio de Lipez. Qui fino agli anni novanta c’era un bel po’ di gente che ci viveva e ci lavorava per via della miniera. Poi finite le risorse estrattive se ne sono andati tutti e si sono portati via tutto. Il pueblo appare come un sito archeologico...le case hanno solo i muri perimetrali in mattoni, non ci son più ne i tetti, ne le porte...anche la chiesa ne è totalmente priva...è tutto abbandonato. Facendo un giretto mi imbatto nella prima viscaccha, un marsupiale, una sorta di incrocio tra una lepre e un microcanguro...bellissima! Qui non c’è altro e mentre il sole sta tramontando risaliamo veloci sulla jeep alla volta di Quentana Chico.

Il viaggio è ancora lungo e Manuel è un po’ preoccupato. Non c’è anima viva, la strada è una pista sterrata spesso con un bel burrone da un lato, la jeep è quello che è e inoltre appena cala il sole la temperatura cala velocemente e drasticamente sotto zero e tutto ciò che ci circonda diventa ghiacciato.

Quando ci fermiamo al buio pesto su un crinale non si vede più niente. Accovacciata col vento gelido tra le gambe e sui glutei nudi, appena alzo il gli occhi al cielo vedo un cielo sconfinato e nero che brilla come se fosse ricoperto di diamanti. Una stellata indimenticabile.

L’ultimo guado è un rebus...Manuel va avanti e poi in retro un paio di volte...è indeciso, il fiume è in parte ghiacciato e i lastroni non sono ancora tanto spessi da essere sicuri...per fortuna ce la facciamo e, senza incidenti di percorso, arriviamo a Quentana Chico.

Quentana Chico è un gruppo di baracche col tetto in lamiera, le finestre con dei vetri che sembrano carta velina, le porticine che sembrano di cartone...Orione mi guarda dall’alto impietosito e sembra dirmi: “ma non ti ricordi più che qui è pieno inverno?” il freddo sale sempre più e mi entra nelle ossa. Giannino mi dice che nel refettorio siamo a -7...non ci posso credere...Delmira accende una specie di lampada a gas che dovrebbe darci un po’ di calore. Ci facciamo stretti stretti attorno al tavolino, un braccio attaccato all’altro per scaldarci. Ceniamo giacca a vento addosso e la zuppa di verdura bollente è un toccasana momentaneo che mi fa sentire il caldo scendere nello stomaco circondato dalle altre mie viscere congelate.

Nella stanzetta, letto di pietra, 2 materassi uno sopra l’altro e una montagna di coperte, svolgo il mio sacco a pelo tra gli spasmi del freddo. Riesco a mettermi solo i pantaloni del pigiama, la parte sopra la tengo così e poi chiudo tutto a mummia. Ogni tanto la notte mi sveglio tremando.

La mattina la bottiglia d’acqua accanto al mio letto è un pezzo solido di ghiaccio che non si può neanche toccare...e adesso come cavolo faccio a lavarmi i denti? Sinceramente non mi ricordo a quanto siamo andati sotto zero durante la notte...devo averlo rimosso...ricordo solo che prima di salire sulla jeep prima dell’alba eravamo a -15 e, cosa ancor più pesante, è che la nostra jeep era a quella temperatura.

Alla partenza Manuel esige silenzio, altrimenti i vetri si appannano...purtroppo non serve a nulla, si appannano lo stesso e poi sono coperti da una lastra di ghiaccio. Stiamo a vetri aperti con l’aria gelida che ci punge la faccia e il corpo fino a quando non sorge il sole...una tortura.

Ci dirigiamo verso il Parque Nacional Edoardo Avaroa, la nota zona delle lagune in quota. Il paesaggio è lunare, un quadro di dune color ocra pennellato dal marrone scuro dalle tracce lasciate dalle jeep e la pallida luce del sole che deve venire su. In lontananza ci appare la Laguna Hedionda con il suo sconfinato bianco e le dune tutt’attorno, un silenzio e una vista da togliere il fiato in barba al freddo e al vento. Ci fermiamo alla Laguna Colpa per far colazione. Finalmente qualcosa di caldo, un mate bollente, i biscottini. Mi metto schiena al muro di una casupola abbandonata sulla riva della laguna. Il muro ha già assorbito un po’ del calore del sole che gli batte contro da poco e spero che riesca a trasferire un po’ di caldo anche a me. La Laguna Colpa in controluce brilla. La sua crosta di ghiaccio e borace scintilla ai raggi del sole.

Stamattina dobbiamo attraversare tutto il parco per arrivare al confine col Chile per pranzo.

Attraversiamo il Salar de Chalviri. Il bello è che questi posti sono talmente fuori dal mondo, così sconfinati, che pare davvero di stare su un altro pianeta, su un mondo diverso, deserto, silenzioso, battuto da venti ghiacciati. E’ così strano che non riesco a trovare parole per descrivere questi luoghi che scorrono davanti ai miei occhi dal finestrino della jeep, man mano cambiando tonalità di colore come stessi guardando dei pantoni. Il Parco Avaroa è una tavolozza di un pittore, è un quadro surreale di un mondo parallelo. E io ci sono dentro.

Uno dei luoghi più belli che ho visto fin ora mi si apre davanti in un attimo: la laguna del salar de Chalviri, abbracciata dai monti fuma di vapore. Siamo alle Terme de Polques. Questo luogo è un miracolo della natura incorniciato tra le montagne.

Qui c’è un punto di ristoro dove chi passa può cucinarsi qualcosa e sedersi a un tavolo per mangiare al coperto e, al di là della pista, dove inizia la laguna, c’è un laghetto tondo che fuma di vapore circondato da sassi con una cascatella che fluisce pian piano in un torrentello caldo che scorre fino alla laguna.

E’ quasi metà mattina e il sole sta iniziando a scaldare un po’ questa terra impervia. Ci saranno tra i 5 e gli 8 gradi e non resisto alla tentazione di spogliarmi dei miei multi strati di vestiti per entrare a scaldarmi in acqua. Via la giacca a vento, via il berrettino di alpaca, il maglione di lana, il pile pesante, il micropile, il maglioncino di lana merinos, la maglia tecnica, i pantaloni da trekking, la calzamaglia, i pantacollant, i calzettoni, via il body di microfibra...ma quante cose avevo addosso? Entro in questo angolo di paradiso. L’acqua è a 45 gradi: è un brodo meraviglioso. C’è vapore dappertutto e adesso vedo il panorama attraverso questa coltre, questo filtro ovattato.

A un certo punto si sente uno scalpitio e un gruppo di vigogne selvatiche attraversa il ruscello e si mette a brucare non so cosa tra il vapore proprio davanti a me, mentre sono immersa nel caldo fino al collo. Io non ho più parole. Mi godo il silenzio, il calore, le acque rigeneranti e rinvigorenti delle terme de Polques per un’ora intera. Un’ora intera in questo nuovo paradiso sul tetto del mondo dall’altra parte del mondo...

Il calore che ho accumulato mi ha scaldata come una pila. Sono all’aria a pelle nuda che asciugo il mio corpo senza provare un minimo brivido. E’ spettacolare. Quando arriviamo in prossimità del deserto di Dalì ho ancora caldo e sono ancora senza giacca a vento.

Spunta il volcan Licantabur, stiamo arrivando al confine. Sfrecciamo sullo sterrato lasciandoci l’insegna per la Laguna Verde alle spalle, la vedremo tra qualche giorno, e iniziamo a costeggiare i bordi della Laguna Blanca candida come un velo sa sposa. Le montagne qui sono davvero spettacolari. Non so più da che parte girarmi a guardare, sono ebbra di colori e paesaggi.

La frontiera è molto spartana. Una baracca intonacata di bianco col tetto in lamiera, la bandiera della Bolivia e un’asta che pende sulla pista sterrata segna la linea di confine tra Bolivia e Chile. Sostiamo in un casolare dove le nostre cocinere ci fanno un pranzetto delizioso. Quinoa e spezzatino di carne a volontà, verdure cotte e frutta. Ho una fame indescrivibile.

Mi incammino un po' più in là, verso la laguna, metto su un muretto al sole l’asciugamano usato alle terme e mi siedo su un sasso a guardare la vastità che mi circonda...il Licantabur, la laguna Blanca, il confine, la Bolivia...tutto mi sta emozionando da morire intanto leggo in lontananza un cartello stradale verde su cui sta scritto Bienvenidos in Chile.

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8. Re: Dove la terra tocca il cielo...dall'altra parte del mondo

ok ora parliamoci chiaro, ma che razza di viaggione meraviglioso e surreale ti sei fatta? ti sto invidiando in un modo quasi impronunciabile...fantastico davvero fantastico il tuo racconto!

Milano, Italia
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9. Re: Dove la terra tocca il cielo...dall'altra parte del mondo

Grazie Fiabetta...pensa che non sono arrivata neanche a metà del viaggio...

Forse invece dovrei stringere un po'...ma mi voglio raccontare anche quello che avevo dentro quando stavo la fuori...non voglio dimenticare le sensazioni che il viaggio mi ha provocato.

Vivo di sensazioni e il viaggio lo vivo dentro e fuori con tutta me stessa, mi ci immergo totalmente, mi ci fondo con i luoghi e le persone che sento e vivo momento per momento.

A me piace viaggiare così...

un bacino

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10. Re: Dove la terra tocca il cielo...dall'altra parte del mondo

NON t'azzardare a stringere...è un vero piacere leggere quello che scrivi così come ti viene!

Ottieni le risposte alle tue domande