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“Gospel ad Harlem” 5 su 5 stelle
Recensione di Harlem

Harlem
110th to 150th streets, New York City, NY (Harlem)
9562904512
Sito web
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Al n.135 in classifica su 1.635 Cose da fare a New York City
Attività: percorsi guidati in città, vita notturna, Ristorazione, viaggi di gruppo/escursioni a piedi
Dettagli sull'attrazione
Ancona, Italia
Recensore super
1.504 recensioni 1.504 recensioni
530 recensioni per questa attrazione
Recensioni in 420 città Recensioni in 420 città
781 voti utili 781 voti utili
“Gospel ad Harlem”
5 su 5 stelle Recensito il 7 febbraio 2012

Distretto tra i più caratteristici e meritevoli di essere visitati di NY...noi abbiamo partecipato ad uno di quei tour guidati che includono visita al quartiere con i suoi bei murales,teatro apollo, musica gospel(favolosa) in una chiesa e per finire golosissimo brunch in locale tipico con ottimo cibo del profondo sud (mitico il pollo fritto e le ribs).

Visitato a Giugno 2011
Questa recensione è stata utile? 3
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457 recensioni dei viaggiatori

Valutazione dei visitatori
    185
    183
    59
    17
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Data | Punteggio
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Italy
Recensore super
286 recensioni 286 recensioni
108 recensioni per questa attrazione
Recensioni in 114 città Recensioni in 114 città
184 voti utili 184 voti utili
“La vera NYC!!”
5 su 5 stelle Recensito il 2 dicembre 2011

Il quartiere che secondo me più rappresenta NYC è Harlem con tutti i suoi contrasti, i suoi problemi e il suo fascino tutto da scoprire!!
Da sempre considerato tra i quartieri "a rischio" dagli anni novanta è in corso una bonifica della zona, un tempo degradata, ora frequentata anche da molti turisti per via dei suoi luoghi da visitare tra cui la Columbia University, la Cathedral Church of St. Jhon Divine, l'Apollo Theater.
In molte chiese è possbile assistere alle messe gospel la domenica mattina.
Quando vado a NYC mi faccio sempre un bel giro sulla 125a, per capirci nella zona tra la 7a e Frederick Douglas Blvd e limitrofe, sono piene di negozi dove fare ottimi acquisti e sempre molto affollate poi se si è amanti di basket si può arrivare fino al rucker park.
La zona è sicura ci sono andato anche dopo il tramonto, l'unica cosa starei lontano da spanish harlem (east Harlem), specialmente la sera.
In metro si può scendere direttamente tra 125a e Manhattan ave

Visitato a Marzo 2011
Questa recensione è stata utile? 2
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rimini
Recensore esperto
22 recensioni 22 recensioni
9 recensioni per questa attrazione
Recensioni in 6 città Recensioni in 6 città
32 voti utili 32 voti utili
“harlem da vedere e da sentire!”
4 su 5 stelle Recensito il 21 luglio 2011

Sono appena tornata da new York ! 20 giorni meravigliosi, soprattutto perchè ho conosciuto un luogo di cui si parla poco e spesso in termini di pericolosità.Harlem.
Ho affittato un appartamento ad Harlem sullla 124st e devo dire che è stata un'esperienza veramente notevole. Ho vissuto 20 giorni veramente diversi, e dire che ero già stata a NY ma in albergo. Harlem è ancora una zona che mantiene i suoi usi e costumi. Ci sono inoltre ottimi ristorante con cucine di ogni tipo.
Le prime sere dopo un pò di diffidenza abbiamo cominciato a guardarci intorno e devo dire che , essendo noi vicino a Gravery Park sentivamo musica il sabato sera ,c'era sempre qualcuno che suonava:jazz, musica afro.. e non c'era da aver timore anche se eravamo due donne( io e mia figlia di 17 anni) e ogni volta che c'era movimento c'eravamo anche noi .Siamo state nelle chiese battiste a sentire i cori gospel, abbiamo mangiato cibo soul e fatto amicizia. Ho trovato una gentilezza e disponibilità nelle persone come raramente mi era capitato.
Certo ogni città è paese e bisogna sempre avere un minimo di accortezza, anche se a volte si tende ad esagerare: mi avevano parlato di retate della polizia , risse e di non uscire la sera. Sinceramente prima di partire ero un pò tesa. A noi sicuramente è andato tutto bene
Perchè ho scritto questo?
Perchè per me Harlem si è rivelata una zona bellissima, una perla che vi consiglio di visitare e magari starci qualche giorno per carpirne i segreti....

Visitato a Giugno 2011
Questa recensione è stata utile? 6
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Milano, Italia
Recensore super
146 recensioni 146 recensioni
110 recensioni per questa attrazione
Recensioni in 32 città Recensioni in 32 città
79 voti utili 79 voti utili
“un quartiere piacevole”
3 su 5 stelle Recensito il 19 luglio 2011

Siamo stati un questo quartiere a nord di Manhattan in una piacevole domenica di fine agosto per assistere ad una messa gospel. Al termine dalla finzione, molto bella ma davvero mooolto lunga, ci siamo dedicati ad una piacevole passeggiata nel quartiere che, diversamente dalle nostre iniziali convinzioni, si presenta molto pulito ed ordinato. Si tratta infatti di un quartiere formato quasi eslusivamente da basse casette tutte uguali con i mattini rossi, molto simile ad Brooklin. Una passeggiata rimane quindi molto molto piacevole, anche se, di domenica, è impossibile trovare una qualsiasi attività commerciale aperta

Visitato a Agosto 2010
Questa recensione è stata utile? 2
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Londra, Regno Unito
Recensore super
651 recensioni 651 recensioni
344 recensioni per questa attrazione
Recensioni in 127 città Recensioni in 127 città
900 voti utili 900 voti utili
“attraverso Harlem in un giorno di pioggia”
5 su 5 stelle Recensito il 14 giugno 2009

Una giornata di pioggia può diventare il pretesto per un viaggio nelle vite dei newyorkesi semplicemente salendo su un autobus per percorrere l’isola di Manhattan da sud a nord.
Il nostro itinerario si è snodato lungo la linea dell’ M1 che partendo da Battery Park, passando per il Financial District su per China Town, Soho, Midtown, Lower East Side fino ad Harlem giunge al capolinea all’altezza della 145 street, da dove parte l’M7 che invece procede nella direzione diametralmente opposta percorrendo Columbus Avenue e l’Upper West Side e giù lungo la 7th dove avrà termine la nostra avventura.

Le nuvole che al mattino sembravano dei candidi batuffoli di cotone messi apposta ad incorniciare l’azzurro perfetto del cielo, nel pomeriggio si sono addensate in una minacciosa massa compatta dalla quale cade una pioggia fitta che promette di inzupparci fino a stasera.
Determinati a non bagnarci né tantomeno a lasciarci scoraggiare dal tempo inclemente, studiamo la mappa delle autolinee e decidiamo di salire sull’M1 che collega Battery Park con Harlem tracciando un asse verticale sud nord e cosa più importante, la cui fermata è a pochi passi.

Saliamo dunque a Central Street e incontriamo i primi occupanti dell’autobus: una compagine eterogenea di umanità, perlopiù giovani donne, vestita in maniera semplice.
Man mano che si avanza sfilano sotto i nostri occhi i lussuosi condomini di Park Avenue con i portieri dalle livree gallonate in attesa sotto le tettoie o gli androni scintillanti di ottoni e di specchi.
Scrutiamo con attenzione per cogliere un istante di vita all’interno di questi appartamenti, ma le finestre sono rigorosamente oscurate e niente trapela; lo sguardo fugace di un viso dall’incarnato di porcellana scorto all’interno di uno dei portoni sarà l’unico indizio che la vita scorre nel mondo appartato dei ricchi.
Anche la gente che sale e scende ha cambiato identità; sono sparite le persone dagli abiti e dall’atteggiamento dimesso e sono comparsi gli impiegati di alto livello in completo scuro e le signore in tailleur e tacco vertiginoso.

Una di queste abbigliata con un elegante chemisier a fantasia geometrica nei toni del verde mela, nero e bianco, mi si siede accanto avvolgendomi in una nuvola di “Pleasure”. Dalle carte che sistema in una carpetta, deduco sia un architetto. La osservo da distanza ravvicinata: l’uso generoso quanto sapiente di fondotinta non nasconde i segni impietosi del tempo.
Non appena accomodata, impugna delicatamente il suo iPhone e con una sensuale quanto ritmata danza delle dita dalla manicure perfetta, comincia la composizione di una lettera d’affari che finisce giusto in tempo per darsi una pennellata di lucidabbra controllando la perfezione del suo make-up nello specchietto incorporato nello stick, riporre le sue carabattole nella capiente borsa bianca Prada, e, scendere alcune fermate più su di dove era salita, il tutto senza mai avermi mai degnata di un solo sguardo. Peccato per la mancanza di reciprocità, Io invece l’ho trovata un soggetto interessante!

Una scende e un’altra sale…
Quest’ultima sembra l’epitome di Sarah Jessica Parker in Sex and the City: tunichetta a sacco nera smanicata (piove!), sandalo nero tacco 10cm., doppio filo di collane a cristalli colorati (unica nota di colore ed eccentricità) e una pletora di pacchetti con i nomi delle griffes più famose. Evviva lo shopping! La signora sarà stata sorpresa dalla pioggia durante il suo giro per negozi, perché scende dopo solo 2 fermate con uno sfarfallio di sacchetti e bagliori cristallini…avrà un appuntamento con Mr Big?

Le firme più prestigiose della moda internazionale esibiscono le loro ultime creazioni nelle vetrine scintillanti dei negozi che si affacciano su Madison Avenue (la quale sembra aver soppiantato i fasti della 5th Ave) che si susseguono e si rincorrono come se volessero superarsi in lusso e opulenza.
La vita scorre al di là del mio finestrino rigato di pioggia…
Fermi ad un semaforo, un’anziana signora, elegantemente abbigliata in tenui colori pastello, dai capelli candidi e con un volto di cera perfettamente truccato, è accompagnata da un bambino di circa 10 – 11 anni occhi azzurri, biondo con capelli corti a spazzola, in un completo blu formale con cravatta a righe diagonali (un club? Una scuola?) che compitamente le apre la portiera del taxi, indi carica lo zaino nel bagagliaio dopo aver fatto un imperioso cenno all’autista affinché lo aprisse, e, infine, con un movimento fluido si accomoda anch’egli sul sedile posteriore. Impeccabilmente WASP!

Ancora su Madison Ave, dopo la 97th cambia il colore della pelle e anche l’aspetto della strada. Salgono operai in tenuta da lavoro, pensionati e giovani studenti neri. Due uomini di colore si scambiano durante la corsa alcune battute; si capisce che sono sconosciuti, ma quando arriva la fermata di uno si salutano amichevolmente sfiorandosi i pugni chiusi. E’ questa la fratellanza nera? Sale pure una vecchietta con le stanghette degli occhiali trattenute da innumerevoli giri di scotch; indossa un cappotto liso i cui lembi anteriori pencolano scompostamente come ali spezzate. Dall’anziana donna emana un acre lezzo di urina che riconosco come l’inconfondibile odore di vecchiaia e miseria che tante volte ha colpito il mio olfatto in differenti parti del mondo. La signora trova posto nel sedile davanti al mio e Io sospiro di sollievo perché ha scelto di non sedermi accanto, ma poi ella si gira e mi guarda con dolci occhi tristi e rassegnati e subito mi vergogno dei miei pensieri poco cristiani.

Siamo ad Harlem.
Il traffico ordinato e silente è alle spalle; adesso si sgomita e si suona il clacson a tutto spiano, l’inquinamento acustico non è punito ad Harlem, lo stile di guida è diverso, più, come dire, mediterraneo, mi sento quasi a casa!
I palazzoni hanno qui l’architettura delle nostre casa popolari: grandi parallelepipedi di cemento destinati ad accogliere nei cubicoli definiti appartamenti, decine di famiglie affastellate le une sulle altre, senza altra intimità che una parete sottile a dividere le storie quotidiane degli occupanti.
Niente spazi verdi curati all’esterno di questi casermoni, solo distese di scuro asfalto, ogni tanto rallegrato dal macadam colorato di un campo di pallacanestro o da piccole oasi di verde selvaggio che prepotente ha trovato il suo spazio.
Le case a schiera dalle ripide rampe di accesso, con le facciate scrostate si avvicendano a condomini anonimi alla base dei quali si aprono poveri negozi dalle poco attraenti insegne scritte su cartelloni di plastica. Niente luci al neon a sottolineare che la necessità prevale sulle apparenze: Unisex Beauty Salon, Drugstore, General Merchandises, Wine& Liquors…niente glamour, solo messaggi diretti. Il mondo scintillante di Midtown è lontano parecchie fermate di autobus.
Molte le chiese intraviste lungo la nostra corsa verso il capolinea, segno indiscusso che la comunità del quartiere si ritrova e si raccoglie attorno alle istituzioni religiose, che animano e sono animate da fedeli osannanti e cantanti che qui trovano il loro posto nella società, che qui alimentano i fermenti di uno spirito di rivalsa che si esprime nelle tante effigi di Obama attaccate ai muri, esposte nelle vetrine dei negozi o stampate nelle borse della spesa dove campeggia insieme con la scritta “Yes, we did” …
Piccoli gruppi di bambini scorazzano per le strade: saranno le baby gangs o è solo la nostra immaginazione condizionata dalle leggende metropolitane che aleggiano intorno a nomi come Harlem e il Bronx che ci spinge a voler vedere qualcosa che forse nella realtà non esiste o ha una dimensione meno evidente?
Eppure tutti i protagonisti del nostro viaggio sembrano essere stati tratteggiati dalla penna di uno sceneggiatore di sit-com: troppo sopra le righe per sembrare reali o forse troppo improbabili per non essere veri.
Sensazioni contrastanti riguardo ad Harlem su quanto scrive la Lonely Planet del quartiere definendolo: un luogo che ha conosciuto una recente rinascita, che va rivalutato e pertanto inserito nelle “cose da fare” a New York. Beh, sicuramente d’accordo con l’ultimo consiglio, quanto alla rivalutazione dei luoghi esprimo qualche riserva. L’impatto fuggevole avuto da dietro ai finestrini dell’autobus, non è stato quello che ci si potrebbe aspettare da siffatta descrizione. Non ho, non abbiamo provato l’impulso di scendere o manifestato l’intenzione di ritornare per fare un giretto a piedi nelle vie secondarie. C’è sicuramente tanto da scoprire, c’è ancora (?) moltissimo da valutare; al momento non sembra proprio di essere a Manhattan, nel torsolo della Grande Mela.

Siamo giunti al capolinea dell’M1, la fermata dell’M7 è proprio di fronte. Il trasbordo da un autobus all’altro avviene sotto una pioggia insistente. L’autista, un donnone nero con una selva di treccine raccolte in un monumentale chignon, ci accoglie con un sorriso e col riscaldamento a palla che fa appannare i finestrini. Pallidi e gocciolanti iniziamo il viaggio a ritroso verso Penn Station, stavolta attraverso l’Upper West Side. E di nuovo osserviamo il graduale passaggio da quartiere degradato, a più sviluppato, a moderno, a quasi fancy che avviene su Malcom X Blv e poi su Columbus Ave, dove all’altezza della 86th riappare Starbucks Coffee e dall’83rd tutte le catene di negozi in franchising. Fa capolino anche Duane Reade che era inopinatamente sparito, segnali questi che il quartiere qui è abitato da gente con un reddito adeguato…
All’incrocio con la 70th i passeggeri hanno di nuovo cambiato colore: sono sbiaditi nei morbidi toni ambrati degli orientali, segno che le attività commerciali, da queste parti, sono in mano alle laboriose e onnipervadenti colonie indiane e vietnamite.
Dopo qualche altra fermata il colore predominante della pelle ritorna il bianco, eccezion fatta per un omone nero che occupa 2 sedili e che, cullato dalla musica del suo iPod ha cominciato ha russare parecchie fermate indietro. Chissà dove scenderà!
Attraversiamo Times Square nell’indifferenza dei passeggeri: questa non è la loro città, non gli appartiene. I led colorati assaltano i nostri sensi visivi; i turisti padroni incontrastati della piazza, sfidando la pioggia sono ancora lì pronti a catturare l’ennesimo bagliore di questo incrocio che è diventato il simbolo luminoso di NYC, ove invece il cuore pulsante è da ricercarsi altrove…

La pioggia battente ci dà ancora una volta il benvenuto all’incrocio con la 34th dove scendiamo, la solita zaffata di cibo di strada ci investe e insieme ci racchiudono come in un bozzolo protettivo e rassicurante: siamo a Midtown, il benessere ci circonda!
La nostra avventura si conclude 3 ore e mezzo dopo il suo inizio. Abbiamo percorso Manhattan geograficamente, ma molto più significativamente abbiamo effettuato una sorta di spedizione antropologica attraverso la stratificazione sociale della varietà umana che vi risiede.
Alcuni fotogrammi mancano all’elenco del nostro immaginario costruito da anni film e telefilm ambientati a New York: i bambini che sguazzano tra gli spruzzi di un idrante; gli homeless che si riscaldano al fuoco acceso dentro a un fusto di latta. Per entrambi non era ancora o non era più la stagione giusta. Comunque la nostra idea della città, quella appunto che ci è stata trasmessa è stata confermata prima nei luoghi, ma soprattutto nella gente che interpreta magistralmente il ruolo di newyorkese.

Questa recensione è stata utile? 12
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