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Sorrento, ma é ancora in Italia?

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Sorrento, ma é ancora in Italia?

La mia non vuole essere polemica ma solo una semplice constatazione. Nei ristoranti, nelle pizzerie, nei bar, i menù sono scritti in italiano, per indicare la portata, in inglese per spiegare gli ingredienti. É davvero brutto sentirsi stranieri sul suolo italiano. Chissà se anche in Inghilterra capita la stessa cosa.

22 risposte su questo argomento
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1. Re: Sorrento, ma é ancora in Italia?

Caro Tonio, tu nel tuo paese puoi sempre chiedere gli ingredienti al cameriere e capire la sua risposta. Essendo Sorrento una delle mete italiane più gettonate dal turismo internazionale non si possono avere camerieri fluenti in lingue di ogni continente... e poi basta affacciarsi al mare e dove altro potresti essere se non in Italia? :))

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2. Re: Sorrento, ma é ancora in Italia?

Gentile Sandra,

quello che dici è proprio vero (specie se visto dalla parte degli imprenditori del settore).

Il problema è che lo stesso trattamento non ci viene restituito all'estero.

Per fortuna lo spettacolo della natura non pone dubbi sul luogo in cui ci si trova e non ha bisogno di sottotitoli. Forse, se necessitassero, anche quelli sarebbero scritti in inglese!!

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3. Re: Sorrento, ma é ancora in Italia?

Sono perfettamente d'accordo con Tonio. Secondo me il punto debole di una località meravigliosa come Sorrento è l'essersi letteralmente venduta l'anima ai turisti di massa: quasi (per fortuna c'è sempre un quasi)niente è autentico, spontaneo, vero, tutto è fatto in modo da apparire esattamente come se lo aspetta il turista medio, e linguisticamente pare che esista solo l'inglese. E non è solo un problema di Sorrento: situazioni non dissimili sono riscontrabili nelle Cinque Terre, a San Gimignano, nei centri storici di Firenze e Venezia, e altrove. Sorrento è una delle mete più gettonate dal turismo internazionale: e allora? motivo di più per rimanere sé stessa, non per diventare una colonia anglosassone. È il visitatore che si deve adattare al luogo, non il luogo che deve fare una marchetta di sé stesso per compiacere il visitatore.

Intanto l'imposizione dell'inglese comporta due presupposti entrambi molto discutibili: ossia, che nessuno straniero che visita l'Italia possa conoscere almeno delle basi di italiano; e che tutti abbiano una perfetta confidenza con l'inglese. A meno di gravissime e inaccettabili discriminazioni, le culture dovrebbero essere sempre considerate tutte alla pari, senza che ci siano dominanti e dominate. Ed è ovvio che in qualunque luogo la lingua in uso dovrebbe essere quella locale.

Inoltre, letteralmente snatura il posto e in definitiva lo rende gradito solo a una parte del turismo, quella più mediocre. Esistono anche turisti (o viaggiatori, senza entrare nei dettagli sulla differenza fra i due vocaboli) che viaggiano per conoscere realmente la cultura locale, non per sentirsi in una Disneyland dove tutto è finto e tutto è inglese: si potrebbe avere qualche considerazione anche di questi. Ma si sa, la legge del mercato si interessa solo al profitto, e intende accontentare i più numerosi turisti di massa. Il risultato è un suicidio culturale.

Ci sono altre considerazioni che si potrebbero fare, ad esempio che noi italiani siamo talmente provinciali da considerare l'inglese il bene assoluto anche in contesti che non hanno molto a che fare col turismo, e passo dopo passo stiamo imponendo questa lingua al posto della nostra, con buona pace della Costituzione in cui si afferma che l'italiano è l'unica ufficiale. Perché mai le lezioni al Politecnico di Milano dovrebbero svolgersi in inglese? Perché mai nelle stazioni della metropolitana di Roma non esiste più una scritta "uscita", e invece è considerato opportuno scrivere "uscita/exit"? Ma andremmo troppo fuori tema.

Modificato: 15 aprile 2013, 10:34
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4. Re: Sorrento, ma é ancora in Italia?

Tra l' " essersi letteralmente venduta l'anima ai turisti" e mettere i sottotitoli del menù in inglese c'è a mio avviso una bella differenza. Intanto forse quei piatti senza sottotitoli non sarebbero comprensibili, e quindi forse sono tipici e non mondializzati. Poi non vedo perché tacciare di mediocrità tutti i turisti, anche chessó l'eventuale professore giapponese di archeologia che di Pompei potrebbe sicuramente saperne piú di me e di te, e pretendere che debba sapere cosa sia un supplì, un babà, la pizza fritta o gli scialatielli.

Fa parte dell'accoglienza mettere le persone a proprio agio, i turisti non dovrebbero pretenderlo, ma è un regalo che si fa loro. Diverso sarebbe dimenticare chi siamo (servire hamburger e hotdog ad es), oppure non conoscere e non studiare più l'italiano, ma non mi pare un tabù affiancare alla nostra lingua che per gli altri è straniera quelle quattro parole di una lingua-ponte che ci può avvicinare.

Con le lingue, quel che vince è l'uso, si usa l'inglese come esperanto, a che pro negarlo? (piuttosto si potrebbe pensare a cosa debbano provare gli inglesi colti a vedere stropicciata e violentata la loro lingua in questo uso sciattissimo che ne facciamo tutti...)

Non è il punto di vista di un imprenditore del settore: non sono mai stata in Giappone o in India, ma spero lì di trovare scritto EXIT e non dovermi studiare 4 alfabeti o il tamil per uscire da una metropolitana, senza pensare che quei paesi per questo abbiano perso la loro identità.

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5. Re: Sorrento, ma é ancora in Italia?

Sandra, il presupposto in discorsi come il tuo è sempre lo stesso, e per me rimane inaccettabile: l'inglese è tutto, e tutto ciò che non è inglese semplicemente non esiste. Dal professore di archeologia giapponese ci si aspetta a priori che sappia l'inglese alla perfezione e che per lui le altre lingue non esistano, niente di più e niente di meno: così si crede di metterlo a proprio agio in un solo modo, imponendo l'inglese. E dal professore ligure o siciliano ci si aspetta che sappia l'inglese anche lui, o che faccia lo sforzo di chiedere una traduzione al cameriere (sperando anche in questo caso in una buona dose di fortuna, dati i sempre più numerosi camerieri stranieri che lavorano in Italia senza curarsi di imparare un italiano decente, ma è ancora un altro discorso).

Io se andassi in Giappone (non è comunque fra le mie priorità) mi aspetterei di adattarmi io alla cultura locale, e di leggere scritte in giapponese, perché fa parte dell'identità del luogo. Rimarrei deluso se mi trovassi in una specie di colonia anglosassone in cui esiste solo l'inglese: a quel punto andrei in Inghilterra. In Giappone, però, vorrei il Giappone. È già diverso il discorso dell'India, in cui l'inglese è lingua di cultura da vari secoli.

Con le lingue quel che vince è l'uso: proprio per questo non c'è niente di definitivo o di ineluttabile. Si potrebbero valorizzare le lingue locali e apprezzarne l'uso, per la funzione per cui ogni lingua è nata, cioè veicolare contenuti: e solo per questo l'inglese diverrebbe meno imprescindibile. L'inglese si sta imponendo proprio perché sempre più gente si va convincendo che è così, e proprio perché a mano a mano si impone in tantissimi singoli contesti in cui potrebbe non essere presente: la classica profezia che si autoadempie. Se ognuno nel suo piccolo cercasse di opporsi a questo predominio ingiusto e discriminatorio, e considerasse tutte le culture alla pari come meritano, il processo di genocidio culturale attualmente in atto si potrebbe arrestare. Bisognerebbe volerlo, certo non piegarsi passivamente e fatalisticamente.

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6. Re: Sorrento, ma é ancora in Italia?

Ribadisco la mia premessa iniziale.

La mia non voleva essere polemica ma solo una semplice constatazione.

Nei ristoranti, nelle pizzerie, nei bar, i menù sono scritti in italiano per indicare la portata e in inglese per spiegare gli ingredienti.

É davvero brutto sentirsi stranieri sul suolo italiano.

Chissà se anche in Inghilterra capita la stessa cosa.

Ciò premesso, gentilissima Sandra, tutto è relativo.

Sicuramente la motivazione ha radici profonde ma a me sfugge l'essenza di tutto ciò.

Per fortuna viviamo in una nazione che ha mille colori, sfaccettature e che, grazie ai sinonimi, riusciamo a chiamare la stessa cosa con parole di verse.

Figuriamoci quello che può capitare leggendo un menù nel quale si crede di scegliere una pizza margherita ma ti portano al tavolo una pizza diversa grazie al fatto che gli ingredienti sono scritti solo ed esclusivamente in una lingua diversa dall'italiano.

La soluzione forse potrebbe essere aggiungere all'elenco degli ingredienti scriti in ITALIANO anche la traduzione in inglese, francese, tedesco, ecc.?

Forse anche questo ci aiuterebbe a difendere le nostre tradizioni come concludere un pranzo con un caffè e un ammazzacaffè, piuttosto che con un cappuccino.

Almeno in Italia, senza retorica: VIVA L'ITALIANITA' .

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7. Re: Sorrento, ma é ancora in Italia?

Sacrosante parole da parte di tutti voi, nessuno escluso, condivisibili in pieno, ma... qualcuno dimentica che il nostrano italico idioma è parlato soltanto nei nostri 301.277 kmq, che sono ben poca cosa rispetto al resto del mondo. Ora, non venitemi a dire che voi, se vi recate putacaso in Malesia o nelle Filippine o in Senegal o alle Antille per 1 o 2 settimane di vacanza, vi mettete a studiare il malese, il tagalog, il wolof o il creolo per comunicare con la popolazione locale... tutt'al più apprenderete un frasario di base "Buongiorno" "Buonasera" "Grazie" "Prego" "Scusi" e c'è chi non ha l'umiltà di imparare a spiccicare neppure quelle 4 paroline di cortesia verso il Paese che lo ospita. Che ci piaccia o no, l'inglese è il mezzo di comunicazione irrinunciabile in gran parte del globo, che ci piaccia o no (con questo non intendo condividere affatto la supremazia che il mondo anglosassone ci impone da decenni, sia beninteso). La mia è una constatazione individuale.

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8. Re: Sorrento, ma é ancora in Italia?

Chiaramente, mi riferisco ai turismi anglofoni (o di altre provenienze, ma parlanti anch'essi l'inglese) che in qualche maniera devono per sopravvivenza poter comunicare con chi fornisce loro dei servizi. Che poi non costerebbe fatica ai ristoratori aggiungere le diciture anche in italiano, è fuor di dubbio.

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9. Re: Sorrento, ma é ancora in Italia?

Scusa Cristiana, ma per cavarsela in un altro paese non è affatto necessario imparare alla perfezione la lingua locale: basterebbe, come dici tu, imparare quelle parole di base, che so, i numeri, e per il resto comunicare in maniera approssimativa. Esistono anche territori in cui si hanno delle lingue europee come "lingue-tetto" e che sono generalmente note alla popolazione locale (come il francese in Senegal, per citare un esempio fatto da te) e che possono costituire un valido aiuto a noi europei.

Però se si dà per scontato che esista solo l'inglese e non si fa nemmeno lo sforzo di provare ad adeguarsi al contesto locale, non solo ci si comporta in maniera ineducata nei confronti del paese che ospita, ma si dà un ulteriore contributo all'imposizione globale dell'inglese e all'affossamento di altre lingue.

Quello che contesto, perdonami, è il "ci piaccia o no". Penso che sia il contrario: più ci dimostriamo acquiescenti all'imposizione di una lingua e una sola, più inseriamo noi scritte in inglese a destra e a manca, più creiamo una situazione del genere, e diventiamo noi stessi la causa del fenomeno. L'americano che viene in Italia e parte con il presupposto di imparare quattro parole in italiano, trovandosi di fronte a centinaia di scritte in inglese, si sentirà autorizzato a considerarsi in una sua colonia, e a ritenere una fatica inutile l'apprendimento anche di quelle quattro parole italiane: chi glielo farebbe fare? e così l'inglese continua a imporsi e le altre lingue a scomparire, o a rimanere sempre più confinate in contesti circoscritti e privati. Quando invece si potrebbe avere come modello un mondo in cui le culture e le lingue siano tutte rispettate allo stesso modo, e gli sforzi per comunicare potrebbero essere pari da parte di tutti.

Modificato: 16 aprile 2013, 12:12
Varazze, Italia
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10. Re: Sorrento, ma é ancora in Italia?

Francamente non vedo nulla di scandaloso se un ristorante, per illustrare meglio i suoi piatti agli ospiti stranieri, mette la loro descrizione in un'altra lingua.

E neppure se, con senso pratico, sceglie di scrivere queste descrizioni in inglese, visto che, di fatto, questa é la lingua più conosciuta dai turisti internazionali.

Mi irrito molto, invece, quando vedo in generale un utilizzo del tutto superfluo della lingua inglese, in casi in cui non ce ne sarebbe nessuna necessità (Ministero del Welfare, low cost, ecc...) , e questo mi sembra un fortissimo segno di sudditanza di fronte ad una cultura che forse, come merito principale, ha solo quello di essere in questo periodo storico la più potente del pianeta.

E ancora di più mi irrito quando, parlando in italiano di un paese non anglofono, non si utilizza né l'italiano né la lingua di quel paese ma ancora l'inglese, arrivando a dire, per esempio "Mexico City", "Phuket Town" o addirittura ad aprire un forum su tripadvisor in italiano con il titolo " Turkish Black Sea Coast".

Ecco, non mi preoccuperei solo per Sorrento, ma forse per tutta l'Italia ;-)

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