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OMAN 2012 - take your time (racconto di viaggio)

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OMAN 2012 - take your time (racconto di viaggio)

RACCONTO DI VIAGGIO: OMAN 2012, TAKE YOUR TIME

Questo è un racconto di viaggio “a modo mio”, anzi per la precisione mio e di Monica, moglie e compagna di viaggio; racconta le nostre impressioni, più che riportare notizie dettagliate sui luoghi visti e visitati, quel tipo di informazioni si possono trovare sulle guide, scritte da ottimi professionisti. Noi raccontiamo la nostra esperienza personale, unica e opinabile, la cui lettura però potrebbe (speriamo) essere di ispirazione a qualcuno che magari deciderà alla fine di andare a visitare questo splendido paese, come abbiamo fatto noi nel marzo del 2012. Qua è là ho inserito qualche nota pratica, che è sempre utile. Buona lettura.

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17 risposte su questo argomento
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1. Re: OMAN 2012 - take your time (racconto di viaggio)

Giorno 1

MUSCAT

La percezione di essere in un altro luogo rispetto a quello dove si è abituati a vivere è immediata e intensa, appena messo piede sul suolo omanita. Innanzitutto il clima, caldo e secco, che accoglie e avvolge il viaggiatore stanco e un po’ stranito dopo il viaggio notturno e la differenza di fuso orario, che hanno accorciato il periodo abitualmente destinato al riposo.

Confortevole comunque il viaggio, Oman Air con i suoi velivoli nuovissimi e il personale di bordo premuroso non ci ha fatto avvertire alcun disagio. L’Airbus A330 della compagnia di bandiera omanita giunge a Muscat con un’ora di anticipo rispetto allo schedulato, dopo poco meno di 6 ore di comodo volo. La sensazione di calore e di accoglienza rimane anche dentro l’aeroporto: tutti sorridenti e rilassati, ma anche estremamente efficienti. Consegna bagagli immediata, prelevamento contanti in valuta locale rapidissimo, acquisto visto espletato in 5 minuti, con una gradita sorpresa: il governo omanita ha appena deciso di ridurre il costo del visto da 20 a 5 rial, ovvero da 40 a 10 euro. Le formalità di ingresso si esauriscono in fretta, e usciamo dall’area doganale con largo anticipo sui tempi previsti. Pensiamo di dover attendere un po’ il corrispondente della Mark’s Tour, e invece è già lì, sorridente, ad aspettarci con il consueto cartello in mano. Facciamo così il primo incontro con Mohammed, la persona che più di tutti contribuirà a rendere il nostro viaggio memorabile.

Visto che la camera d’albergo non sarà disponibile fino alle 12, e sono appena le 7, ce la prendiamo con tutta calma. “Take your time” ci esorta Mohammed. Il nostro driver-guida, con la sua Toyota 4x4 bianca immacolata, ci porta prima a rifocillarci in un “baracchino”, dove assaggiamo varie versioni di tè all’omanita, con abbondante latte e zuccheratissimo oppure aromatizzato al cardamomo. Offre lui, apprezziamo il gesto ma mai e poi mai arriviamo ad immaginare che sarà solo il primo di una lunga serie di piccoli e grandi “extra” che ci regalerà durante il nostro temporaneo sodalizio. Dopo una sosta ad una spiaggia e all’hotel Chedi (bellissimo), arriviamo alla Grande Moschea sincronizzati con l’apertura (le 8). È questa l’unica moschea dell’Oman visitabile da non musulmani; l’ingresso è libero, Monica deve coprirsi il capo con il velo, come è d’uso nei luoghi sacri dell’Islam. Il complesso voluto da (e intitolato a) l’attuale Sultano Qaboos, è considerato un capolavoro dell’architettura moderna. Rimaniamo colpiti dalla sobria maestosità della costruzione, rilucente nel suo marmo bianco immacolato e articolata in varie strutture tra cui 5 minareti, rigogliosi giardini e un bellissimo portico che circonda il corpo principale su 3 lati. Ma sono le due sale da preghiera a farci rimanere a bocca aperta, soprattutto quella “grande”, riservata alla preghiera degli uomini: un tripudio di marmi, tappeti (anzi, un unico enorme tappeto) e lampadari, con un effetto di grande suggestione. Quando si entra in ambienti interni è necessario togliersi le scarpe a lasciarle all’esterno.

Alla Grande Moschea trascorriamo un paio d’ore, quindi raggiungiamo l’albergo scelto da Mark’s Tour per i soggiorni nella capitale, il City Seasons. È ubicato, come molti altri grandi alberghi, ad al-Khuwair, nella parte ovest della città, comoda da raggiungere dall’aeroporto (e dalla Grande Moschea), ma un po’ lontana dal centro storico. Zona moderna, periferica, molto attrezzata, con ristoranti e negozi. L’albergo è molto bello, con grandi spazi, camere ampie e funzionali, e ogni genere di comfort, compresa una piscina all’ultimo piano della struttura. La colazione (come in tutti gli alberghi visitati in questo viaggio) si rivelerà pienamente soddisfacente, e il personale attento e premuroso. La prima premura che ci viene riservata è la messa a disposizione della camera con anticipo rispetto all’orario ufficiale del check-in, senza alcun supplemento. Abbiamo così il tempo di recuperare un po’ di sonno perduto, rimandando la visita di Muscat al pomeriggio.

Mohammed, puntualissimo, ci passa a prendere alle 15, e inizia il tour vero e proprio della città. Muscat è una città davvero particolare, simile a nessuna altra che abbia mai visto. Si estende lungo la linea costiera per una quarantina di chilometri, con i vari quartieri separati da aree non urbanizzate (montagne, parchi), ciascuno con caratteristiche proprie, e una autosufficienza in termini di servizi. Il traffico è intenso ma ordinato, la strada principale (che, guarda caso, si chiama Sultan Qaboos Street) è una sorta di autostrada, e attraversa e unisce i vari quartieri come una spina dorsale, circondata da aiuole verdissime che solerti spazzini – motociclisti tengono costantemente pulite. Non si vedono case fatiscenti, ma neppure smisurati grattacieli. Le abitazioni, dalle villette ai palazzi commerciali, sembrano tutti freschi e puliti, e costruiti con uno stile che rimanda sempre alla tradizione locale: un dettaglio, se non addirittura l’intera struttura, sono tipicamente “omaniti” (in altro modo non saprei come descriverli). Nell’insieme si avverte l’impressione di ordine e pulizia. A volte è di trovarsi in una specie di Zurigo d’Oriente, e almeno per quello che si può vedere viaggiando in auto lungo le arterie principali o passeggiando nelle aree turistiche, è proprio così. Se si esce un po’ dal circuito “ufficiale”, qua e là, si trova qualche parete scrostata, dei fili scoperti, un marciapiede sgarrupato e qualche angolo sporco, ma è nulla confronto ad altre metropoli. E comunque, in nessun luogo e in nessun momento viene meno l’impressione di assoluta sicurezza, motivato non dalla presenza di telecamere o forze dell’ordine (le une e le altre, totalmente assenti o del tutto invisibili), ma dalla tranquillità della gente, sempre disposta a un sorriso e a un saluto.

Attraversando da una parte all’altra la città, arriviamo a Old Muscat, dove prima di tutto visitiamo il museo storico-etnografico Bait al-Zubair, interessante nonostante la feroce aria condizionata. Ci trasferiamo a Muttrah, l’altro quartiere storico della città, per una prima visita al Souk (ne faremo un’altra più approfondita al ritorno dal tour nell’Oman interno): acquisto subito un copricapo tipico (kummah) che indosserò per tutta la durata del viaggio (strappando ovunque sorrisi accompagnati dalla frase “you, nice cap”). dopo una breve passeggiata sulla Corniche e una merenda a base di samosa (per Monica: gli sgonfiotti) come sempre offerta da Mohammed, torniamo a Old Muscat nella zona del palazzo al-Alam, residenza ufficiale del Sultano. È ormai l’ora del tramonto, e la grande piazza antistante è molto suggestiva. Il palazzo non si può visitare, bisogna limitarsi ad osservarlo dall’esterno. Non si possono visitare nemmeno i forti portoghesi che gli fanno da contorno, ma è sufficiente ammirare il gradevole insieme architettonico, nella tranquillità del crepuscolo. Sulla via del ritorno facciamo altre due brevi soste, presso l’hotel al-Bustan (monumentale, preferisco il Chedi) e il complesso turistico denominato Shangri-La, splendidamente situato in un’insenatura. Ma ormai è buio pesto, e non si vede più nulla. Torniamo ad al-Khuwair e visto che abbiamo una certa fame ci facciamo lasciare direttamente al ristorante tipico Bin Ateeq. La prima esperienza con la cucina omanita è contraddittoria: il cibo che scegliamo, praticamente a caso, dal lunghissimo menù, è saporito e particolare, ma consumiamo il tutto relegati in una stanzetta spoglia (solo un tappeto e alcuni cuscini), sdraiati per terra, con posate di plastica e bicchieri di carta. il conto è più che onesto (8 rial in tutto, ovvero 8 euro a testa), ma l’approccio è un po’ sconcertante. Sarà la nostra guida a spiegarci, il giorno dopo, che questa è proprio l’usanza omanita: i ristoranti tipici sono strutturati a stanze, chiamate family room, che ospitano una sola famiglia alla volta, e dove gli omaniti mangiano, appoggiati a grandi cuscini (majlis), preferibilmente con le mani, attingendo a grandi piatti comuni posati sul tappeto. Ci faremo l’abitudine in fretta (anche se alle posate non riusciremo a rinunciare), visto che Mohammed di posti così ce ne farà visitare parecchi.

Torniamo all’albergo a piedi (10 minuti), approfittandone per ammirare la bella e poco conosciuta moschea al-Zawawi, splendidamente illuminata.

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2. Re: OMAN 2012 - take your time (racconto di viaggio)

Giorno 2

NAKHAL, AIN A’TAWWARAH, WADI BANI AUF, JEBEL AL-AKHDAR, BILAD SAYT, NIZWA

Dopo una prima giornata così intensa, una notte di riposo e una robusta colazione al City Seasons ci consentono di recuperare le forze e annullare definitivamente gli effetti del jet lag.

Si parte presto e si va in direzione nord, nella regione di al-Batinah. Prima tappa Nakhal, cittadina a ridosso di uno splendido palmeto, dominata da un forte la cui visita vale sicuramente la pena. Perfettamente restaurato, molto scenografico, i suoi colori giallo - rosa – ocra risaltano sotto il cielo blu cobalto del mattino, limpido come forse non ci capiterà più di vederlo. Strepitose le viste che dalle mura spaziano verso il palmeto.

A poca distanza da Nakhal c’è un altro luogo degno di una visita: le sorgenti di Ain a’Tawwarah, una polla d’acqua che sgorga calda dalle viscere della terra. Nella piscina naturale formata dalla sorgente si può fare il bagno, mentre nel ruscello sottostante sguazzano innumerevoli pesciolini neri (che si divertono a fare il solletico ai piedi dei bagnanti), mentre lungo le rive le famiglie omanite (sempre composte da un numero notevole di elementi) cercano luoghi per il picnic. Un quadro molto bucolico e rilassante, che resteremmo per ore ad osservare. Ma Mohammed ha fame, e sebbene il programma preveda solo panini, ci confessa di detestare i cosiddetti picnic lunch, e ci propone una sosta in un ristorante lì vicino (per la serie “conosco un posticino…”). Accettiamo, ma chiediamo quantomeno di pagare la nostra parte, invano. Per Mohammed è una questione di orgoglio e di ospitalità. Ci accomodiamo all’Asian Taste, ristorante che più tipico non si può, e nella privacy della nostra family room, consumiamo un memorabile pasto a base di kingfish e altro pesce dal nome incomprensibile, dall’aspetto orribile ma dal sapore gradevolmente speziato.

Ripartiamo per attraversare le montagne, lungo il Wadi (fiume) Bani Auf, e qui arriva la prima delusione del viaggio: quello che le guide pubblicizzano come un percorso selvaggio dentro e fuori le acque (il cosiddetto wadi bashing) si rivela tutt’altro: di acqua non c’è nemmeno l’ombra, di fianco alla vecchia e malandata strada sterrata incombono i lavori per la costruzione di una nuova strada asfaltata (polvere, rumore, e rischio di essere colpiti da pietre lungo il percorso). Risalito il wadi e superato un passo, siamo finalmente nel cuore delle montagne del Jebel al-Akhdar, aride e spettrali. Lo spettacolo della natura è drammatico, ma alla lunga un po’ monotono. Le strade sono strette e dissestate, la Toyota si inerpica lungo i tornanti con maestria, e di tanto in tanto si apre davanti agli occhi un panorama lunare, totalmente privo di vegetazione. Viaggiamo a discrete altitudini (tra 1000 e 1500 metri), ma quello che vediamo non ci entusiasma più di tanto, abituati forse troppo bene dalla frequentazione con le catene montuose alpine.

Finalmente arriviamo a Bilad Sayt, che appare all’improvviso come una specie di Shangri-La dopo chilometri di desolate montagne: il villaggio è abbarbicato alla parete, e circondato da un’oasi verdeggiante. Scattiamo qualche foto ma non ci addentriamo in paese. Proseguiamo verso Nizwa, dove arriviamo appena prima del tramonto. La visita della città è prevista il giorno dopo, così la attraversiamo e puntiamo direttamente all’albergo Falaj Daris. A parte la lontananza dal centro (almeno 5 km), l’hotel si rivela senz’altro all’altezza delle aspettative, con belle camere, due graziose piscine, e un fresco giardino in dove la sera trova posto un sontuoso buffet con cucina internazionale e locale (10 rial + bevande); il personale, come sempre, è cordiale e gentile, e l’unico vero fastidio è costituito dal fatto che il collegamento ad internet è possibile solo dalla hall, e a pagamento.

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3. Re: OMAN 2012 - take your time (racconto di viaggio)

Giorno 3

NIZWA, BAHLA, WADI GHUL, JEBEL SHAMS, AL-HAMRA, MISFAT AL-AYBREEN, NIZWA

Dopo una robusta colazione al Falaj Daris, partiamo per la visita della città di Nizwa. Purtroppo non è il giorno giusto per vedere il famoso mercato delle capre (si tiene di venerdì), ed è un po’ troppo presto per assaporare la tipica animazione del souk; in compenso abbiamo l’opportunità di visitare il forte in completa solitudine, ammirare la grande e possente torre circolare, e gli scorci panoramici verso i vicoli della città vecchia, il palmeto che la circonda, la cupola dorata e il minareto della Moschea intitolata (indovinate un po’…) a Sultan Qaboos, e i tetti del souk. Tutto molto bello. Al punto di ristoro dentro al forte ci concediamo un succo, stavolta mi alzo anticipando Mohammed e pago il conto: quando lui se ne accorge, fulmina il barista. A questo punto ci rinuncio, e per il resto del viaggio insieme, lascerò che sia lui a pagare senza opporre alcuna resistenza.

Uscendo dalla città ci fermiamo a visitare un tratto del Falaj Daris, uno degli antichi canali omaniti dichiarati dall’Unesco “Patrimonio dell’Umanità”. Il falaj scorre qui placidamente, a accanto cresce un curatissimo giardino. Seguendo i dettami della nostra guida (che continua a ripetere che “we have time”) facciamo una diversione fuori programma per vedere l’imponente forte di Bahla, anch’esso Patrimonio Unesco dell’Umanità, chiuso per restauri: la sua pietra grigia si staglia nel cielo di un azzurro un po’ meno intenso (la grande nube di sabbia in arrivo dal nord della penisola arabica comincia a manifestarsi…).

Torniamo a dirigersi verso le montagne, su strade che per alcuni tratti si snodano ampie, per poi improvvisamente trasformarsi in viottoli sterrati; è difficile seguire il percorso su una mappa (quella che ho è la migliore in circolazione, ma è comunque insufficiente) e la segnaletica da queste parti è abbastanza inaffidabile. Per fortuna Mohammed sa il fatto suo, e si trova a suo agio anche quando ci sono da affrontare passaggi perigliosi o si incrociano altri veicoli dove la strada è particolarmente stretta e magari costeggia una scarpata. Risaliamo il wadi Ghul, che è abbastanza spettacolare (ma di acqua, anche qui, se ne vede poca), e raggiungiamo il Jebel Shams. Pranziamo in alta quota al Sunrise Resort, un camp con tende e cottage piuttosto spartani. Siamo gli unici “clienti”, e i gestori ci preparano un discreto lunch di montagna, a base di carne di capra. Ancora un po’ di tornanti e ci fermiamo a prendere un tè in un altro resort più lussuoso e attrezzato: qui incontriamo una coppia di coraggiose irlandesi, madre e figlia, che avevamo già incrociato al mattino alla ricerca di un certo posto tra le montagne. Inutile dire che il posto che cercavano non l’hanno trovato, e ci hanno ormai rinunciato. Hanno tende e viveri, e da qualche parte prima di sera si fermeranno, con la loro jeep. Chiacchieriamo amichevolmente, Mohammed dà loro qualche indicazione, e paga la merenda per tutti.

Proseguiamo ancora, ma siamo tornati sull’asfalto, e raggiungiamo il punto panoramico denominato Grand Canyon, un balcone sul vuoto davvero impressionante. Sarebbe bello avere il tempo di fare una discesa fino in fondo alla stretta valle che vediamo sotto di noi, ma stavolta “we have not time” (e nemmeno l’attrezzatura tecnica, che qui è indispensabile), quindi ci limitiamo a guardare e a scattare qualche foto. Percorrendo strade spettacolari scendiamo bruscamente di quota, e arriviamo finalmente ad al-Hamra, adagiata ai margini di un lussureggiante palmeto, e quindi approdiamo al più bello tra i villaggi: Misfat al-Abryeen, che prima ammiriamo da lontano in un punto panoramico sulla collina di fronte. Appoggiato alla montagna, immerso nella vegetazione, Misfat sembra davvero un luogo magico, da lontano. E ancora di più da vicino: le sue case di fango nella luce del crepuscolo si colorano di un rosso acceso. Ma bisogna arrivare ai margini del villaggio, e penetrare nel fitto del palmeto, per vedere la vera meraviglia: una passeggiata di tre quarti d’ora da farsi camminando in equilibrio sui bordi del falaj, che si sonda sinuoso tra palme, banane, fiori e orti coltivati, fino a raggiungere una piccola piscina naturale che è la sorgente stessa dell’acqua benedetta, portatrice di fertilità. Momenti di indicibile godimento (quelli che, si suole dire, valgono il viaggio) sulla strada del ritorno, al buio, sempre costeggiando le pareti del canale che per fortuna è dipinto di un bel bianco, ascoltando solo il gracidare delle rane e il rumore dell’acqua che scorre sotto i nostri piedi.

È tardi, ma c’è tempo per un’altra sorpresa: Mohammed ha un amico da queste parti, e “deve” passare a salutarlo. Lo accompagniamo di buon grado, e dopo aver assistito al consueto rituale dei saluti (comprensivo di sfregamento dei nasi) entriamo in una vera casa omanita. Se la passa bene, l’amico della nostra guida, la sua villa è grande, e immersa in un grande giardino. Ci riceve nella stanza degli ospiti, come da tradizione, arredata con tende e tappeti di squisita fattura, un divano che corre su tre lati (calcolo che potrebbero starci sedute circa 30 persone) e l’immancabile ritratto di Sultan Qaboos a dominare il locale. Non parla molto l’inglese, ma si riesce comunque a scambiare qualche parola. Ci offre, anche qui secondo la tradizionale ospitalità, caffè all’omanita con datteri (squisiti, probabilmente i migliori che abbia mangiato nella mia vita) con fette d’anguria e mele. Fa capolino, curioso, un ragazzino di circa 11 anni, Mundhir (se non ho capito male, si tratta del fratello piccolo dell’amico di Mohammed) che ci osserva celandosi dietro ai parenti. Gli chiedo di mostrarmi i quaderni di scuola, lui va a prenderli e me li porge orgoglioso. È l’occasione per parlare un po’ di educazione, una vera e propria “fissazione” di Sultan Qaboos, che quando salì al potere nel 1970 prese uno dei paesi più poveri e arretrati del mondo, e lo trasformò in una nazione unita, prospera, con infrastrutture all’avanguardia, puntando molto proprio sull’educazione. Giusto per citare uno dei tanti aneddoti, in Oman può capitare che i piccoli studenti in villaggi sperduti di montagna vengano prelevati in elicottero per essere portati a scuola, pur di dare a loro l’opportunità di accedere ai percorsi formativi, senza obbligare loro (e le loro famiglie) ad abbandonare la terra dei loro avi. Ecco, questo felice connubio di modernità e tradizione è il pilastro del paese, quello che lo rende unico e appetibile non solo per chi ci vive, ma anche per chi come noi viene a trascorrere qualche giorno e non può non rimanerne affascinato.

Vorrebbero ospitarci anche per cena, ma siamo stanchi, e anche un po’ imbarazzati da tanta generosità: decliniamo l’invito (speriamo non si siano offesi…) e torniamo verso Nizwa. Con tutti gli “spuntini” che ci siamo concessi lungo la giornata, nemmeno sentiamo il bisogno di cenare: raggiunto l’hotel Falaj Daris alle 21,30, andiamo diretti in camera, e sprofondiamo immediatamente nel sonno, appagati dalla splendida giornata trascorsa.

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4. Re: OMAN 2012 - take your time (racconto di viaggio)

Giorno 4

BIRKAT AL-MAWZ, SINAW, IBRA, WAHIBA SANDS

Dopo aver saltato la cena del giorno prima, apprezziamo particolarmente la ricca colazione del Falaj Daris. È il momento di accomiatarci da Nizwa, e di passare dalla regione di ad-Dakhiliyah a quella di ash-Sharqiyah.

Prima tappa a Birkat al-Mawz, in posizione scenografica, dove ancora una volta abbiamo l’opportunità di osservare come le case dei villaggi si compenetrano armoniosamente con la vegetazione che li circonda. Bellissime qui alcune ville che sembrano inghiottite dal palmeto, e la rete dei canali (falaj) che percorre il villaggio come una linfa vitale.

Le montagne sono ormai alle nostre spalle, e la strada scorre in un’ampia pianura, punteggiata da oasi. Giungiamo a Sinaw, famosa per il suo mercato che è particolarmente vivace il giovedì, quando si contratta il bestiame, ma anche se è martedì c’è comunque una bella animazione. Si vendono prodotti agricoli (soprattutto mangime per capre), ma anche pesce e datteri: assistiamo, coadiuvati dalla traduzione simultanea di Mohammed, ad una contrattazione per l’acquisto di 3 secchi di datteri di ottima qualità, che una signora beduina molto decisa vorrebbe portare a casa a 24 rial, mentre il venditore ne vuole almeno 30. chissà da quanto sono lì a discutere, chissà per quanto andranno avanti… Lasciamo il souk e ci dirigiamo un paio di chilometri fuori città (nessuna indicazione stradale), dove sorge (si fa per dire) la Città Vecchia di Sinaw, un antico villaggio abbandonato (anzi due, contrapposti, perché due erano le tribù della città, in perenne conflitto) con le tipiche costruzioni di fango e argilla, ormai quasi del tutto distrutte dal tempo e dall’incuria. È un luogo affascinante nella sua decadenza: qua e là si vedono splendidi dettagli (una porta in legno, uno stipite, un arco) testimoni di un passato splendore. Solo la moschea è in restauro, speriamo sia solo l’inizio del recupero di questo luogo, perché sarebbe davvero un peccato perderlo del tutto.

Mohammed, che è originario di questa regione, si ricorda di avere uno zio da queste parti, che sarebbe carino andare a trovare perché convalescente dopo un recente intervento chirurgico. Dato che, come sempre, “we have time”, assecondiamo la sua volontà. Lo zio Alì ci accoglie generosamente, come ormai siamo abituati in questo splendido paese: la sua casa è più modesta rispetto a quella dell’amico a Misfat, ma molto dignitosa; e caffè, datteri, angurie e mele non mancano neppure qui.

Dopo la visita di cortesia raggiungiamo Ibra, un altro grosso villaggio dalla vocazione rurale, dove ci fermiamo a consumare il pranzo in un locale decisamente “ignorante” (definiamo così, in senso buono, i posti particolarmente rustici nei quali ci imbattiamo) dove manco a dirlo mangiamo divinamente, secondo tradizione, anche se Mohammed è un po’ distratto dalla presenza di due avvenenti turiste tedesche. Vicino ad Ibra, appena fuori dal paese, è possibile visitare un antico villaggio, al-Kanatar, pressoché abbandonato, ma con qualche restauro in atto: vagabondando tra i suoi vicoli ci si può imbattere in alcune splendide porte in legno in stile africano (retaggio dei commerci con l’isola di Zanzibar) e in costruzioni alte anche 3 piani, piuttosto rare altrove. Un altro luogo molto suggestivo e ricco di spunti fotografici. Peccato che la luce non sia la migliore: ormai la coltre sottile di polvere proveniente dalla grande tempesta di sabbia che si sta scatenando più a nord, tra Iraq e Arabia Saudita, si sta allargando a tutta la penisola arabica, offuscando irrimediabilmente i raggi solari. Per ora si tratta ancora di un velo, ma più avanti (in Musandam) diventerà prima foschia e poi nebbia.

È il momento di puntare decisamente verso il deserto, una delle mete clou del viaggio. Dopo Ibra il paesaggio diventa sempre più arido, quindi si trasforma in un deserto sassoso, e finalmente appaiono all’orizzonte le inconfondibile dune rossastre. L’emozione è grande. Siamo a Wahiba Sands, luogo che non dovrebbe mancare mai in un itinerario in Oman, e dove trascorrere almeno una notte per poterlo apprezzare al meglio. Se l’Oman è un altro mondo, e il deserto è un altro mondo ancora: unico e magico. Avevamo già apprezzato la bellezza del deserto anni fa (in Libia), rimanendone abbagliati (e la prima volta non si scorda mai), ma non ci avevamo trascorso la notte, pentendocene per tutti gli anni a venire. Stavolta non perdiamo l’occasione. Il primo approccio con Wahiba Sands è una zona particolare per la sua conformazione che la rende adatta alle evoluzioni con i 4x4. Il “dune bashing” non era francamente nei nostri programmi, ma quelli della Mark’s Tour avevano insistito tanto… L’esperienza in effetti si rivela divertente, ma la cosa più spassosa è vedere Mohammed che si diverte, lui sì, come un bambino, su e giù per queste montagne di sabbia rossa. Terminato lo show, imbocchiamo una pista (una fra le tante) e ci addentriamo verso il deserto più profondo. Sosta d’obbligo alla tenda beduina, attrezzata a negozio: consueta offerta di tè e datteri, clima molto rilassato, nessun assillo. Monica compra una maschera tipica beduina. Andiamo ancora avanti per parecchi chilometri lungo la pista, facendo surfing sopra una superficie soffice e ondulata, osservando un paesaggio mai monotono, anzi spesso cangiante: la forma delle dune è diversa, così come il colore, e la presenza sporadica di cespugli di vegetazione, per non parlare dei dromedari che ai lati della pista o in cima alle dune camminano incuranti della nostra presenza. Mohammed sta in silenzio, forse è concentrato sulla guida o forse capisce che è il momento di lasciarci ammirare lo splendore della natura senza interferire. Alza impercettibilmente il volume della radio che trasmette musica arabica in sottofondo. Che suggestione!

Vorrei che il viaggio durasse ancora un po’, ma alla fine arriviamo al campo: ci hanno consigliato questo Safari Desert Camp, e siamo molto curiosi di vederlo. Ci accompagnano alla nostra “stanza”, una costruzione in stile tradizionale, arredata con tende, tappeti, suppellettili e un magnifico letto omaniti. Le particolarità sono due: il bagno (con doccia) a cielo aperto, e l’assenza completa di elettricità, in tutto il campo. Oh My God, questa non me l’aspettavo! Monica è un po’ preoccupata, io accolgo subito con entusiasmo la novità, salvo poi farmi prendere dal panico all’idea di non poter caricare il cellulare e (soprattutto) la batteria della macchina fotografica, che si sta esaurendo. Vabbè, ci penseremo domani, inchallah. Intanto godiamoci questo luogo.

Il campo è circondato da dune altissime, e il programma prevede la visione del tramonto da sopra la duna più alta: spettacolo “classico” delle gite nel deserto ma sempre memorabile. Una di quelle cose che nella vista BISOGNA provare, perché non è possibile descriverle adeguatamente: le dune catturano gli ultimi raggi di sole che rafforzano l’intensità dei colori, che nel giro di mezzora cambiano più volte, completamente. E alla fine, nel buio, cominciano a comparire le stelle, vicine, splendenti e numerose come raramente capita di vedere, al di fuori del deserto.

Torniamo al campo, e provo l’emozione di una doccia (fraschetta) sotto le stelle. Affamatissimi, raggiungiamo l’area dove ci aspetta il buffet del deserto, nella suggestione del silenzio e del buio, attenuati dal chiacchiericcio degli ospiti e da qualche candela: la cena è semplice ma abbondante, fa fresco ma pensavo peggio (un giubbotto o una felpa sono più che sufficienti a sopportare il calo notturno di temperatura), e dopo cena abbiamo modo di chiacchierare, oltre che con Mohammed, con un paio di ragazzi italiani (uno dei quali lavora a Dubai) particolarmente simpatici. Il clima, inutile dirlo, è magico, e mi ricorda certe notti sul Monte Zerbion, in Val d’Aosta, trascorse durante l’adolescenza insieme ai migliori amici di sempre. Sarà una notte meravigliosa, tra le coperte nel letto beduino,

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5. Re: OMAN 2012 - take your time (racconto di viaggio)

Giorno 5

WAHIBA SANDS, WADI BANI KHALID, SUR, MAUSOLEO DI BIBI MARIAM, WADI TIWI, FINS BEACH, BIMMAH SINKHOLE, MUSCAT.

Sveglia nel deserto, esperienza unica. Non resisto alla tentazione di una passeggiata mattutina, e faticosamente risalgo le dune per osservare l’alba, in completa solitudine, a parte i dromedari che mi fanno compagnia. Torno in tempo per svegliare Monica (la cui notte è stata un po’ meno piacevole della mia, disturbata dal ronzio e dai morsi di qualche zanzara). La colazione è spartana ma tutto sommato accettabile, ed eccoci pronti per l’ultimo giorno di tour con Mohammed. Sarebbe tutto perfetto, se non fosse per questo problema della macchina fotografica scarica. Uno dei dipendenti del camp intuisce il mio piccolo dramma, mi dice “ci penso io”, e scompare con la batteria. Tornerà dopo mezzora con la batteria carica, dopo averla attaccata a un generatore d’emergenza nascosto chissà dove. Rinfrancato, ringrazio.

Ripercorriamo a ritroso la pista per uscire dal deserto, e chiedo al nostro autista ripetuti photostop. Ci sarebbe da fermarsi ad ogni curva, ma siamo già un po’ in ritardo,e il programma di oggi è molto fitto. Ad un certo punto Mohammed devia fuori pista per farci fare un’ultima foto in un punto particolarmente panoramico. Arriviamo in cima a una duna da cui dominiamo una bella fetta di deserto, bellissima. Rimaniamo qualche minuto in ammirazione, scattiamo le foto e risaliamo in macchina.

E qui capita l’imprevedibile. Anche i grandi possono sbagliare, e Mohammed, probabilmente il miglior driver della penisola arabica, per troppa generosità ha commesso un errore, parcheggiando dove non doveva: sopra una duna con la sabbia talmente (e meravigliosamente) soffice, dove la pesante Toyota nel giro di pochi minuti è affondata quel tanto da insabbiarsi, e da non riuscire più a venire fuori. Scendiamo e cerchiamo di porre rimedio, togliendo per quanto possibile sabbia da sotto la macchina, ma non c’è niente da fare, ad ogni tentativo la Toyota affonda sempre di più. Mohammed è apparentemente tranquillo, ma si vede che è punto nell’orgoglio. Il contrattempo è di quelli fastidiosi, ma non posso fare a meno di provare una sensazione piacevolissima a immergere le braccia dentro la sabbia più soffice che abbia mai avuto modo di manipolare nella mia vita. Dopo mezzora di tentativi infruttuosi, vediamo apparire all’orizzonte un pick-up: è quello di un beduino autoctono che si sta recando al villaggio più vicino per fare acquisti. Si ferma e partecipa ai tentativi di recupero del veicolo, anche con l’ausilio di una pala che aveva con sé. Insieme a lui ci sono anche due dei suoi figli, piccoli (6-8 anni), curiosi e meravigliosamente sorridenti. Il beduino “esce” dal pick-up una corda di tessuto, con la quale si prova a legare insieme i due mezzi per trainare fuori dalla sabbia la nostra 4x4, ma anche questo tentativo fallisce, la corda si spezza, e il pick up se ne va. Monica ed io ci guardiamo per un attimo perplessi, ma Mohammed ci spiega che l’uomo è andato a prendere una corda più robusta. Infatti, eccolo di ritorno dopo mezzora con una bella corda grossa e resistente: l’operazione di salvataggio finalmente riesce, nel tripudio generale. Ma la scena che segue non me la scorderò mai: Mohammed, dopo aver ringraziato il beduino, con molta discrezione cerca di allungargli una mancia, quanto mai meritata: ma quello si ribella, rifiuta sdegnato, arrivando a dire (ce lo spiegherà più tardi Mohammed) che se lui avesse insistito a fargli prendere quei soldi, la prossima volta che si fosse trovato in difficoltà l’avrebbe lasciato senza aiuto, pure se stesse bruciando nel fuoco. Ammirati e sorpresi da tanta generosità, unita ad altrettanta dignità, ringraziamo, salutiamo augurando ogni bene al nostro salvatore, e proseguiamo il cammino.

Stavolta Mohammed non può intonare il consueto mantra “we have time”, di tempo ne abbiamo perso parecchio con l’imprevisto dell’insabbiamento, in tutto quasi due ore, ma non so come quel diavolo d’uomo riuscirà a rispettare il programma, anche se un po’ di fretta.

La prima sosta è a Wadi Bani Khalid, un altro luogo da non perdere assolutamente (infatti è pieno di turisti): qui l’acqua sorgiva è abbondante, scende insinuandosi tra le rocce bianchissime formando alcune splendide piccole piscine naturali e poi in un lago più grande, sulle cui sponde sono stati costruite alcune strutture turistiche. Sia nel lago che nelle piscine naturali è possibile fare il bagno, e i più arditi possono anche tuffarsi da un ponte sospeso da un’altezza di 6 metri. Luogo sicuramente piacevole, anche se è consigliabile risalire il wadi (attenzione alle rocce sdrucciolevoli) per scoprire gli angoli più belli e meno affollati. Il nostro autista ci conduce inerpicandosi sulla montagna ad un punto panoramico dove si domina l’intera vallata del wadi. Emozionante.

Ripartiamo. In un’ora e mezza arriviamo a Sur, città di dimensioni ragguardevoli piacevolmente distesa sulla costa. È già ora di pranzo, e Mohammed non rinuncerebbe per nulla al mondo ad una sosta da Zaki, ristorante che è considerato una specie di istituzione locale. Il pranzo, a base di pesce, valeva la fermata: assaggiamo tra l’altro vari tipi di gamberetti affogati in salse deliziose, uno spezzatino di squalo che ricorda vagamente il baccalà, e altro pesce di cui non ricordo il nome. Prezzi ragionevoli (non posso essere preciso perché il conto, come sempre, lo paga Mohammed).

Sur è famosa per i cantieri dove si costruiscono imbarcazioni (tra cui i famosi dhow) con metodi tradizionali: ne visitiamo uno, interessante, e poi osserviamo le altre imbarcazioni esposte nel cortile del museo di prossima apertura. La città, colpita nel giugno del 2010 dal ciclone Phet, è interessata da grandi lavori che sconvolgono la viabilità. Una curiosità: sembra che tutti i cani dell’Oman vivano a Sur: qui ne è pieno, mentre altrove nel paese non ne abbiamo visto uno. Mah, chissà perché?

La visita di Sur forse meriterebbe più tempo, ma siamo in ritardo, e la sacrifichiamo un po’. Ripartiamo puntando verso nord, in direzione Muscat, utilizzando la splendida autostrada di recente costruzione. Tra l’autostrada e il mare, nei pressi di Qalhat, è visibile il mausoleo di Bibi Mariam, uno dei monumenti più antichi del paese, risalente al XIII secolo. Ancora una manciata di chilometri, e usciamo dall’autostrada per infilarci nella stretta vallata del wadi Tiwi, che risaliamo per un po’ tra pareti scoscese, palmeti e un rigagnolo d’acqua trasparente (il wadi). In uno dei punti più suggestivi Mohammed si ferma per la consueta preghiera del pomeriggio. La diversione si chiude con l’attraversamento di un villaggio con le strade strettissime (dove non so come Mohammed riesce a passare miracolosamente indenne) per raggiungere un punto panoramico. Carino, peccato che vista l’ora la valle sia quasi completamente in ombra.

Riscendiamo la valle del Tiwi, riprendiamo l’autostrada per abbandonarla poi brevemente per approdare alla cosiddetta “spiaggia bianca” (Finns Beach) che mi aspettavo sabbiosa e invece scopro essere formata da bianchi ciottoli. Niente di particolarmente memorabile, per la verità. Poco distante c’è una curiosità naturale: da un buco nella terra, attraverso profondi e misteriosi percorsi sotterranei, emerge acqua marina a cui le rocce conferiscono colori particolari. Il luogo è conosciuto come Bimmah Sinkhole e intorno è stato costruito un piacevole giardino.

È ormai sera quando arriviamo a Muscat, che attraversiamo rapidamente da una parte all’altra per raggiungere il City Seasons Hotel. Il tour dell’interno è finito, ed è il momento del commiato da Mohammed, o meglio, il primo commiato: scopriremo in seguito che non sarà l’ultimo.

(5 - continua)

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6. Re: OMAN 2012 - take your time (racconto di viaggio)

Giorno 6

MUSCAT

Da questo momento, esclusi i transfer da e per l’aeroporto di Muscat, i servizi della Mark’s Tour si esauriscono, e dobbiamo cominciare ad arrangiarci da soli.

La colazione del City Seasons è maestosa, anche se scopriamo che l’albergo è “infestato” dalla presenza di calciatori (si sta giocando la Champions League dei paesi del Golfo). Usciamo e veniamo subito “contattati” dal manipolo di taxisti che stazionano davanti all’albergo. Ci chiedono 10 rial per portarci a Muttrah, dopo la trattativa scendono a 7 (che è comunque pari a 14 euro, una bella cifra!), e a quel punto accettiamo perché non ci sono alternative (i mezzi pubblici sono praticamente inesistenti a Muscat) e non voglio passare la mattina a discutere fuori dall’albergo. Abbiamo già nostalgia di Mohammed.

Ci facciamo depositare nella zona del mercato, e visitiamo sia quello ortofrutticolo che quello (famosissimo) del pesce, che presto si trasferirà in una nuova sede, adiacente e più grande, che sta per essere ultimata. Visite interessantissime, sia per l’ambiente che per la possibilità di vedere specie (sia vegetali che ittiche) a noi sconosciute.

Siamo nel cuore di Muttrah, il quartiere storico più vivace della città. Nella rada di fronte sono ormeggiate alcune navi da crociera, che scaricheranno frotte di straniti turisti tedeschi nel Souk, il panfilo di Sultan Qaboos, e alcuni meravigliosi dhow in legno che ci dicono essere di proprietà dello Stato (cosa se ne faccia, lo ignoro).

Appena dietro il lungomare c’è un interessante museo didattico sulla storia dell’Oman, ospitato in un bel palazzo antico ristrutturato denominato Bait al-Baranda. Se si ha abbastanza tempo, vale la pena visitarlo. Un breve tratto a piedi, ammirando le splendide dimore “vista mare” sulla Corniche, e si arriva all’ingresso del souk. Il luogo probabilmente più visitato di Muscat, e di tutto l’Oman. È un’area vasta, un vero dedalo di vicoli, interessante anche solo per l’aspetto architettonico dopo la recente (parziale) copertura in legno. È frequentato da turisti (tanti) ma anche e soprattutto dai locali. C’è di tutto, dall’oreficeria alle pentole, con prevalenza di negozi di abbigliamento. Non mancano i negozietti di souvenir, che vendono soprattutto oggetti in argento, tappeti, incenso, pashmine e khanjar (coltelli tradizionali): prezzi piuttosto alti, ma spazio alla contrattazione; acquistando più oggetti si possono strappare prezzi sempre più bassi. Facciamo un po’ di shopping (niente di particolarmente costoso), e scatto diverse foto alla gente.

Fuori dal Souk, decidiamo di raggiungere Old Muscat a piedi, seguendo un percorso di 8 chilometri suggerito dalla guida Lonely Planet; è una passeggiata molto piacevole, con alcune deviazioni, ma siamo nelle ore centrali della giornata, e il termometro fuori dal souk segna 36°… Ci proviamo ugualmente, ma prima ci rifocilliamo al Fast Food Juice Centre (succhi buoni, prezzi elevati, servizio lentissimo). Arriviamo all’altezza del Muttrah Fort e saliamo per approfittare della vista dall’alto. Il Forte è accessibile, almeno fino al balcone panoramico, ma è in stato di grave abbandono e pieno di immondizia. Peccato. Scendiamo un po’ delusi e riprendiamo il cammino lungo la Corniche, piacevole nonostante il caldo. Raggiungiamo l’al-Riyam Park e saliamo sulla torre di Guardia nonostante espliciti cartelli vietino l’accesso (sono in corso lavori di ristrutturazione). La salita è faticosa, la discesa a perdi collo perché nel frattempo gli operai al lavoro hanno cominciato ad alzare nuvole di polvere. Proseguiamo ancora, ma stremati dagli sforzi ad un certo punto gettiamo la spugna e fermiamo un taxi che ci conduca fino al Palazzo del Sultano, a Old Muscat.

Rivediamo dunque il palazzo al-Alam in pieno giorno, sempre da fuori. La zona è molto tranquilla, e caratterizzata dalla presenza di molte sedi istituzionali, oltre ai due castelli portoghesi (non visitabili) e una bella moschea. Passeggiamo un po’ per Old Muscat, fino a raggiungere Muscat Gate, l’antica porta monumentale ben resturata, dove c’è pure un museo che però a quest’ora del pomeriggio è inesorabilmente chiuso.

Per tornare all’albergo a questo punto prendiamo un altro taxi che, dopo la consueta trattativa, ci riporta a al-Khuwair per 6 rial (12 euro).

C’è da decidere dove andare a cenare la sera, scegliamo in prima battuta un ristorante marocchino (il “Meknes”) raggiungibile a piedi dall’albergo, ma arrivati sul posto lo troviamo chiuso (a giudicare dalla polvere accumulata sui mobili, pure da un pezzo). Scatta il piano B, chiamiamo un altro taxi (nuova trattativa, nuovo salasso) e ci facciamo portare al Mumtaz Mahal, definito dalle guide “il miglior ristorante indiano della città”. È situato sopra una collina in mezzo al parco di al-Qurum, ed è particolarmente ambito per banchetti nuziali e altre cerimonie. La sala è enorme e semibuia: chiediamo un tavolo ma il maitre, gentilmente, eccepisce sul mio abbigliamento: “Sir, we have a problem with your pants”. I miei bermuda non sono abbastanza eleganti, evidentemente. But no problem: hanno un paio di pantaloni lunghi da prestarmi (ovviamente a titolo gratuito) per essere ammesso alla sala. Mi cambio in bagno, e attraverso la sala coi bermuda in mano per raggiungere il tavolo dove nel frattempo hanno fatto accomodare Monica. Non conosciamo la cucina indiana (per la precisione: quella dell’India del Nord), per cui ordiniamo un po’ al buio piatti sconosciuti. Ne verrà fuori una cena speziatissima e un po’ pesante, a prezzi più elevati della media (sui 30 euro a testa, ma quello è un posto dove si può tranquillamente arrivare a spenderne 50). Non amo i posti formali, e non serberò un ricordo indelebile di questa cena, se non fosse che al nostro fianco si accomoda una famiglia omanita composta da sole donne: madre e quattro figlie di età compresa tra i 16 e i 24 anni. Tutte bellissime ed elegantissime, una visione al limite dell’estasi. Monica non riesce a biasimarmi quando lo sguardo, con estrema discrezione, si sofferma su di loro. Sono persuaso che se facessi una classifica delle 10 donne più belle che ho incontrato nella mia vita, tutte e 4 le ragazze sedute la tavolo di fianco ci entrerebbero.

Usciamo, e troviamo ad aspettarci il taxista che ci aveva accompagnato lì due ore prima. Si vede che il prezzo pattuito per la corsa era vantaggioso. Per lui.

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7. Re: OMAN 2012 - take your time (racconto di viaggio)

Giorno 7

MUSCAT, KHASAB, KHOR AN-NAJD, JEBEL HARIM, ALTOPIANO DI SAYH, KHASAB

Con l’apparato gastro-intestinale ancora scosso dall’esperienza al ristorante indiano, ci accingiamo al trasferimento in Musandam, dove trascorreremo un paio di giorni. L’unico volo giornaliero parte da Muscat alle 9:40, e dopo circa un’ora di volo raggiunge Khasab, aeroporto misto civile e militare, avamposto omanita nell’enclave di questa provincia circondata via terra dagli Emirati Arabi Uniti, e con lo stretto di Hormuz a separarla dalla costa iraniana (che non vedremo mai, complice anche la pessima visibilità).

L’albergo Golden Tulip è fuori città, se può definirsi città questo grosso villaggio, e per raggiungerlo bisogna oltrepassare una orribile spiaggia (Bassa Beach) che in realtà non è altro che un grande parcheggio (gli ombrelloni servono per tenere le auto all’ombra). L’albergo invece è piuttosto carino, anche se leggermente pretenzioso. Il buffet (peraltro sontuoso) costa circa 20 rial (40 euro) a testa, qualche rial in meno senza grigliata. L’accesso a internet è a pagamento, e irragionevolmente costoso. La piscina invece è decisamente piacevole, e la sfrutteremo parecchio tra un’escursione el’altra. La camera che ci assegnano è in un corpo separato, ampia e ben attrezzata ma con la curiosa caratteristica di essere divisa a metà da un gradino: più volte rischieremo di inciamparvi e cadere.

La Mark’s Tour ha “subaffittato” la porzione di viaggio in Musandam ad una agenzia locale, la Khasab Travel, e nel pomeriggio è prevista l’escursione all’interno della provincia. Puntualissimo, il nostro autista-guida ci aspetta alle 14,30 con una fiammante Nissan 4x4. Il tour comincia con un photostop in un punto panoramico sopra un’insenatura chiamata Khor an-Najd: la vista è spettacolare, ma la spiaggia in fondo al fiordo non sembra granché. Comunque non scendiamo, procediamo verso l’interno, in direzione Jebel Harim, ovvero “montagna delle donne” (tradizionalmente così definita perché popolata in prevalenza da donne, dato che gli uomini facevano i pescatori). Il paesaggio è estremamente arido, ma le confermazioni rocciose sono assolutamente spettacolari. Purtroppo la visibilità in questi due giorni in Musandam non è buona, la grande nube di polvere sta esprimendo la sua massima potenza, velando sempre più il cielo altrimenti completamente privo di nuvole.

Dopo una breve visita ad una tipica “casa dei lucchetti”, procediamo attraversando montagne dall’aspetto primordiale. Un geologo impazzirebbe di gioia. Noi ci limitiamo ad osservare ammirati, e divertiti dalle evoluzioni delle capre, numerosissime da queste parti, che cercano nutrimento accanto alle rare acacie, le uniche piante che resistono a questo clima (pare che non piova da tre anni!). Arriviamo fino all’altopiano di Sayh, che dovrebbe essere una specie di oasi, e invece è anch’esso irrimediabilmente arido e abbandonato dall’uomo. Saliamo ancora, oltre i 1500 metri, e raggiungiamo un’area ricca di fossili marini a cielo aperto: ce ne sono centinaia, sparsi sulla montagna sulle rocce grigie, e testimoniano sconvolgimenti geologici risalenti all’alba del mondo; la guida ce ne mostra qualcuno, poi ci lascia un po’ di tempo per scoprirne altri, da soli; un gioco che ci appassiona fino a perdere la nozione del tempo. Nei pressi di un installazione radar ci imbattiamo in un’altra sorpresa: alcune incisioni rupestri di datazione incerta (forse vecchie di 10.000 anni) raffiguranti animali e scene di uomini a caccia. Il tour dell’interno dura oltre 4 ore, e si rivela più che soddisfacente.

Serata tranquilla al Golden Tulip (del resto non abbiamo alternative), tutta dedicata al ricco (e costoso) buffet a bordo piscina.

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8. Re: OMAN 2012 - take your time (racconto di viaggio)

Giorno 8

KHASAB, KHOR ASH-SHAMS, KHASAB

La mattinata inizia con una sontuosa colazione al Golden Tulip, e proseguirà con l’attesissima crociera in dhow lungo i fiordi. Veniamo trasbordati al porto e imbarcati sul dhow: sono tutti lì, uno di fianco all’altro, ad aspettarci, evidentemente tutte le escursioni partono alla stessa ora (9,30); l’imbarco ci ricorda quello delle crociere sul Nilo, con i passeggeri che attraversano le barche ad una ad una fino a raggiungere la propria, solo che qui le imbarcazioni sono molto più piccole (portano dagli 8 ai 20 passeggeri ciascuna). Si esce rapidamente dal porto di Khasab e si raggiunge il fiordo Khor ash-Shams, che si estende fino a 16 km di profondità. Ci saranno una quindicina di dhow che avanzano insieme, in formazione compatta: l’Invincibile Armada del Musandam. L’acqua del fiordo è trasparente, la conformazione (e i colori) delle rocce ricordano le montagne viste il giorno prima, il fiordo è ampio ma si scorgono rare spiagge. Il nostro obiettivo principale però è un altro, ovvero l’avvistamento dei delfini. Che puntualmente, dopo circa un’ora di navigazione avviene. Ci sono due punti dove stazionano in tutto una ventina di delfini, i marinai lo sanno, e cominciano a girare in tondo finché non li “stanano”, poi inizia la gara di velocità tra barche e delfini, che sembrano divertirsi zompando tra le onde create dalle imbarcazioni (amano soprattutto correre in mezzo a due barche); lo spettacolo è garantito, ed entusiasma grandi e piccini, anche se francamente tutto sa un po’ di circo.

Terminato lo show con i delfini, procediamo fino a raggiungere Telegraph Island, poco più di uno scoglio con le modeste rovine di un’installazione militare inglese del XIX secolo. È il luogo prescelto per fare snorkeling, calandosi in mare dalla scaletta dell’imbarcazione; effettivamente di pesci se ne vedono parecchi, dentro un mare verde e turchese, ma l’acqua è profonda (6-8 metri) e vicino all’isola bisogna prestare attenzione ai ricci di mare. Mi limito a un bagno rinfrescante, e poi approfitto della merenda a base di frutta offerta dagli organizzatori dell’escursione. Chi ha scelto la versione lunga (giorno intero) a questo punto invece consuma un pranzo vero e proprio, per poi spostarsi in un’altra parte del fiordo per raggiungere una spiaggia vera e propria e fare un altro bagno; questa formula è senz’altro consigliabile per gli appassionati di mare, anche se più costosa. Tuttavia anche la versione light è sufficientemente lunga (4 ore e mezza) e consente di vedere un po’ tutto.

Nel pomeriggio è prevista un’altra escursione, che interessa la città di Khasab e i suoi dintorni. In compagnia di un simpatico ragazzo (Khaled) di origine iraniana che parla benissimo italiano (e altre 4 lingue), vistiamo prima il Forte e il suo discreto museo etnografico, e poi la moschea Sultan Qaboos (sempre solo da fuori), oltrepassando il vasto palmeto e i due souk, uno dei quali è chiamato “souk degli iraniani” per la massiccia presenza di marinai provenienti dall’altra parte del Golfo di Hormuz, dediti ad attività illecite nel loro paese, e tollerate in Oman, perlopiù contrabbando di sigarette e materiale elettronico. Ci spingiamo poi fuori città, verso il confine con gli EAU, per visitare un paio di villaggi abbandonati popolati solo da affamatissime capre, e un altro villaggio un po’ più animato dove scopriamo altri petroglifi, le incisioni rupestri che a quanto pare sono molto diffuse in Musandam. Escursione di 3 ore, di interesse tutto sommato modesto, ma che la simpatia di Khaled riesce a rendere più interessante.

Alla sera si alza un vento piuttosto forte (e relativamente fresco), pensiamo che spazzi via la polvere dal cielo, e invece, come scopriremo l’indomani, ne porterà di più.

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9. Re: OMAN 2012 - take your time (racconto di viaggio)

Giorno 9

KHASAB, MUSCAT

Al risveglio la situazione meteorologica è peggiorata: la coltre polverosa avvolge tutto, e la visibilità è molto ridotta. Salutiamo il Golden Tulip dopo averne apprezzato ancora una volta l’ottima colazione, e ci spostiamo in aeroporto in attesa degli eventi: il collegamento aereo con Muscat è a rischio. Viviamo qualche attimo di apprensione, ma alle 10:15, puntualissimo, sbuca dalla nebbia l’ATR-42 dell’Oman Air che ci riporterà a Muscat. Purtroppo una delle attrazioni più attese del viaggio, cioè la vista del Musandam dall’alto, ci è preclusa dalla condizioni del cielo.

A Muscat le cose vanno un po’ meglio: il cielo è azzurro e la temperatura si è abbassata (28°). All’aeroporto ci passa a prendere un rappresentante di Mark’s Tour, ma non è il “nostro” Mohammed; peccato, l’avrei risalutato volentieri. Appena giunti in albergo riceviamo una telefonata: è lui, è all’aeroporto, è arrivato in ritardo e non ha potuto accoglierci, ma se siamo d’accordo passerà a prenderci, visto che ha la giornata libera, e ci accompagnerà ancora un po’ in giro per la città. Come dirgli di no?

Mentre aspettiamo Mohammed, dobbiamo affrontare un imprevisto: la serratura di una delle valigie non si apre più. Chiamo la reception del City Seasons, e dopo 3 minuti si presentano alla mia stanza due tecnici con un’attrezzatura a disposizione che va dal cacciavite al martello pneumatico. In pochi secondi il problema è risolto.

Arriva Mohammed, con un’altra macchina: stavolta ha preso la limousine (una berlina Toyota) con tanto di interni in pelle. Non vogliamo approfittare di lui, che è fuori servizio, però gradiremmo almeno offrirgli il pranzo per ringraziarlo di tutte le premure che ha avuto per noi. Sul pranzo è d’accordo, sul farselo offrire assolutamente no. Ci porta a Ruwi, dove c’è un altro Bin Ateeq (avevamo cenato, da soli, al Bin Ateeq di al-Khuwair la prima sera), ci concediamo l’ultimo pasto Oman-style nella nostra family room, sul solito tappeto a cui ormai abbiamo fatto l’abitudine, chiacchierando amabilmente.

Ma Mohammed ancora non ci vuole mollare, e ci porta prima a vedere un’insenatura un po’ fuori città (Bandar el-Gissah), con acque cristalline e sabbia finissima, poi due spiagge in pieno centro, quella antistante il Qurum Park (bella ma sporca), e quella, sterminata, di Shatti al-Qurum, dove decine di ragazzi giocano a calcio, come a Copacabana. Al momento del commiato definitivo, davanti all’albergo, Mohammed tira fuori dal bagagliaio alcuni regali, tra cui un chilo di datteri di qualità eccelsa, scelti personalmente al mercato. Siamo sorpresi e commossi. Lo saluto all’omanita, sfregandoci i nasi. Lo invitiamo a venirci a trovare in Italia, inchallah. Spero proprio che venga, per provare a ricambiare la sua squisita ospitalità.

Dopo un breve riposo in albergo, decidiamo di uscire ancora e di dedicare la sera a visitare la zona commerciale. Abbiamo bisogno di fare ancora qualche acquisto-regalo, e anche se non amiamo particolarmente i centri commerciali, siamo curiosi di vedere come sono fatti quelli di Muscat. Ci facciamo portare in taxi prima di tutto al Jawaharat Shatti Complex, dove ci sono una serie di negozi degni di nota: i prezzi sono però esorbitanti, e anche nel famoso Beteel specializzato in datteri, ci limitiamo ad osservare senza acquistare nulla. Ci spostiamo nell’area del Sabco Center, dove decine di palazzi commerciali ospitano centinaia di negozi, perlopiù vuoti e con prezzi esorbitanti, quello che Monica cerca, non lo troviamo; in compenso un bravo venditore riesce a “rifilarci” ancora un paio di pashmine dopo un’estenuante contrattazione (alla fine ho comunque l’impressione di averle comunque pagate troppo). È inutile, non siamo fatti per lo shopping. Lo dimostra il fatto che l’indomani mattina, appena prima di partire, scopriremo che nello stesso stabile del nostro albergo c’è un nuovissimo ipermercato con un assortimento vastissimo di ogni genere, e con prezzi decisamente migliori di quelli dei centri commerciali visitati la sera prima.

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10. Re: OMAN 2012 - take your time (racconto di viaggio)

Giorno 10

MUSCAT

Le ultime ore di permanenza in Oman sono già pervase dalla nostalgia: il vento e la polvere che 24 ore prima avevano avvolto il Musandam sono arrivate in città, e oscurano il sole. Consumiamo la colazione insieme ai giocatori del Muharraq, club campione in carica del Bahrein. Spendiamo un po’ di tempo per gli ultimi acquisti (soprattutto di stampo gastronomico). Sistemiamo le valigie e aspettiamo il transfer per l’aeroporto di Muscat.

Il volo per l’Italia parte alle 13:45 ora locale: è perfettamente in orario, e anche in questo caso arriverà a destinazione un’ora prima dello schedulato, pur impiegandoci un’ora in più (quasi 7 contro le 6 dell’andata), probabilmente perché ha seguito una rotta diversa.

Dieci giorni sono passati in fretta, ed è già tempo di archiviare mentalmente i ricordi di questo viaggio. È stata un’esperienza ricca di stimoli e di avvenimenti, nonostante fosse organizzato con cura c’è stato spazio anche per imprevisti, non tutti piacevoli, ma a volte anche le brutte sorprese finiscono con l’arricchire un viaggio.

La splendida ospitalità degli omaniti è senz’altro la cosa che ci è rimasta più impressa, e che non dimenticheremo mai. Non aggiungerei altri consigli se non quello di cercare il più possibile il contatto con la gente, anche se a volte comunicare può essere laborioso, ne vale senz’altro la pena.

(10 - fine)

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